NOME E FOTO. Durante ucciso dal suo stesso clan: in manette il cognato di Emanuele Tufano

307
Vincenzo Brandi, Emanuele Durante ed Emanuele Tufano
Vincenzo Brandi, Emanuele Durante ed Emanuele Tufano

NAPOLI – C’è un momento preciso in cui la legge del taglione smette di essere un’astrazione e diventa il piombo che lacera la carne. Quel momento, per Emanuele Durante, è scattato intorno alle 18:18 del 15 marzo dello scorso anno in via Santa Teresa degli Scalzi. Non è stato un agguato dei rivali, non è stata la “paranza” nemica a bussare alla sua porta. A uccidere il 20enne è stata la sua stessa famiglia criminale, in un rito di sangue ritenuto necessario per “rifarsi la faccia” tra i vicoli della Sanità. Ieri quell’indagine ha chiuso il cerchio. Nell’ambito del maxi blitz da 71 arresti che ha scosso le fondamenta dei Mazzarella e dell’Alleanza di Secondigliano, i carabinieri hanno stretto le manette ai polsi di Vincenzo Brandi, 31 anni. Per la Dda è lui il secondo esecutore materiale del delitto, l’uomo che mancava all’appello dopo gli arresti di Alexandr Babalyan (il presunto killer) e Salvatore Pellecchia (il presunto mandante).

La storia dell’omicidio Durante è una tragedia shakespeariana ambientata nel ventre di Napoli. Tutto nasce mesi prima, il 24 ottobre 2024, quando il 15enne Emanuele Tufano cade sotto il fuoco incrociato durante uno scontro tra i gruppi della Sanità e di piazza Mercato. In quel caos di proiettili e motorini, il clan Sequino si convince di una verità distorta: che a sparare il colpo fatale contro il ragazzino sia stato proprio Durante, suo stesso compagno di raid, per un tragico errore di mira. Non era vero. Gli inquirenti oggi lo affermano chiaramente: Durante non ha ucciso Tufano. Ma la camorra non aspetta le sentenze. Quando il 20enne è stato convocato dai vertici della famiglia Pellecchia per riferire sulla sparatoria, il suo atteggiamento è stato ritenuto “reticente”. Non sapeva o non voleva parlare. Quella mancanza di risposte, agli occhi del clan, è diventata una confessione di colpevolezza.

La figura di Vincenzo Brandi emerge con una forza inquietante. Gli investigatori lo definiscono un soggetto estraneo ai contesti organici della criminalità organizzata, ma incastrato da un legame di parentela che non ammette rifiuti. Brandi è il marito della figlia di una zia paterna di Salvatore Pellecchia, ras dei Sequino. Soprattutto, è il cognato del giovanissimo Emanuele Tufano. È questo il tassello emotivo e criminale che lo avrebbe spinto a partecipare all’esecuzione: la vendetta per un cognato ucciso, un debito d’onore verso la famiglia acquisita. Per il gip Federica Colucci non ci sono dubbi: si è trattato di un delitto per “motivi abbietti”, una punizione interna volta a ristabilire il prestigio del gruppo.

La svolta nelle indagini è arrivata quasi in tempo reale. Mentre Durante moriva tra le braccia dei medici dell’ospedale Vecchio Pellegrini, i militari dell’Arma erano già lì, in ascolto. Le intercettazioni partite tra i corridoi del pronto soccorso, a cominciare dalle parole rotte dal pianto della fidanzata della vittima, hanno iniziato a comporre il mosaico. Un mosaico fatto di tradimenti e sospetti infondati: i compagni di raid di Durante lo accusavano persino di averli condotti “nella strada sbagliata” durante l’inseguimento con il gruppo del Mercato. Brandi, inoltre, è stato identificato grazie al confronto tra le immagini delle telecamere di videosorveglianza installate in varie strade di Napoli e alcuni contenuti pubblicati su TikTok da una sua parente.

A commentare l’operazione che ha smantellato questi assetti è il procuratore della Repubblica Nicola Gratteri, che disegna un quadro allarmante della camorra attuale. “Questa operazione dimostra che i clan si rigenerano”, spiega Gratteri. “Figli e nipoti prendono il posto dei padri mentre questi sono al 41 bis. È una camorra che sta al passo con i tempi, che usa criptovalute e dark web. Una mafia contemporanea”. Dietro la tecnologia e i Bitcoin, però, resta la ferocia antica dei Sequino e dei Mazzarella. Restano i ragazzi uccisi per sbaglio e i ventenni giustiziati per “rifarsi la faccia”.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome