NOLA – C’è un prezzo per ogni cosa, anche per il futuro di una città. A Nola, secondo la Procura, quel prezzo oscillava tra i 60 e i 150 euro. Una cifra misera, se confrontata con il valore di un diritto costituzionale, ma sufficiente a oliare gli ingranaggi di una macchina elettorale che, nel 2022, avrebbe alterato il corso delle amministrative. Oggi quella macchina si è schiantata contro le mura del Tribunale: dieci persone sono state rinviate a giudizio con l’accusa di aver trasformato il segreto dell’urna in una merce di scambio.
L’inchiesta, che si concentra sulle elezioni vinte dal magistrato del Consiglio di Stato Carlo Buonauro (dimessosi nell’ottobre di due anni fa ed estraneo alle indagini), non è nata nei palazzi, ma tra la polvere della strada e il malumore di chi, dopo aver venduto la propria preferenza, si è sentito tradito. Tutto ha avuto inizio dalla denuncia-querela di due cittadini. Non è stato un improvviso sussulto etico a spingerli dai carabinieri della compagnia di Nola, bensì la rabbia per le promesse non mantenute.
Il sistema era spietato nella sua semplicità: il denaro serviva per l’immediato, ma per i pacchetti di voti più consistenti si entrava nel regno dei sogni proibiti. Posti di lavoro, favori burocratici, persino l’intervento “magico” per bloccare sfratti esecutivi in abitazioni occupate abusivamente. Quando le luci della festa elettorale si sono spente e i candidati sono saliti sugli scranni del Consiglio, quelle promesse sono evaporate, trasformandosi in esposti giudiziari. L’inchiesta della Procura di Nola è stata spinta anche dalla forza mediatica del programma televisivo ‘Le Iene’, che ha seguito il caso da vicino.
Gli investigatori hanno ricostruito una struttura gerarchica inquietante. Al centro non c’erano solo i candidati, alcuni dei quali effettivamente eletti e oggi sotto la lente d’ingrandimento, ma soprattutto i “procacciatori di voti”: veri e propri broker del consenso, incaricati di rastrellare preferenze nei quartieri più difficili, dove il bisogno economico rende la democrazia vulnerabile. Per loro, il compenso era da manager della malavita: circa 2mila euro ogni 100 voti garantiti, con una sorta di provvigione sulle “vendite” e un “bonus produzione” da mille euro in caso di vittoria del candidato di riferimento.
Un meccanismo aziendale applicato al consenso politico, dove l’elettore non era un cittadino da convincere, ma un codice a barre da scansionare. Le testimonianze raccolte dai carabinieri compongono un mosaico di ordinario cinismo: c’è chi ha ammesso di aver preso i soldi per fare la spesa, chi ha sperato che quel voto potesse salvare il tetto sopra la testa e chi, dall’altra parte, ha sfruttato queste fragilità per scalare le gerarchie del potere locale.
L’accusa è pesante: condizionamento del voto e alterazione della libera espressione democratica. Il rinvio a giudizio mette ora i dieci imputati, tutti da considerare innocenti fino a eventuale sentenza definitiva, davanti alla responsabilità di aver inquinato le radici stesse della convivenza civile. Tra i coinvolti figurano sia i “compratori” che i “venditori”, a dimostrazione che il voto di scambio è un reato bilaterale che corrompe chi offre e chi accetta.
Coinvolti anche parenti e persone vicine a ex consiglieri e assessori comunali. Spiccano le figure di Roberto De Luca, ex assessore, nonché marito dell’ex assessore Lucianna Napolitano Bruscino, di parenti dell’ex consigliera comunale delegata all’edilizia popolare Maria Rosaria Galeota (il padre Gaetano e il fratello Aniello), e di persone vicine all’ex assessore Giovanni Erasmo Carrella.
Ora la parola passa alle aule di giustizia. I giudici dovranno stabilire quanto in profondità questo sistema sia riuscito a penetrare nelle istituzioni cittadine. Ma, al di là delle sentenze penali, resta il dato politico e sociale: una ferita aperta su un territorio che fatica a liberarsi dalle logiche clientelari. Nola si interroga oggi sulla legittimità di quelle schede infilate nell’urna con la mano pesante di chi sapeva già di aver incassato il prezzo del proprio silenzio. La “piaga mai del tutto debellata” del voto di scambio torna a mostrare il suo volto più cupo, ricordando che quando il voto ha un prezzo, la libertà non ha più valore.



















