NOMI. Estorsioni in nome dei Casalesi: condanna definitiva per 8 imputati

569
Raffaele Di Tella e Nicola Fedele
Raffaele Di Tella e Nicola Fedele

CASAL DI PRINCIPE – Si chiude definitivamente in Cassazione il processo che vede coinvolti otto imputati accusati di una serie di estorsioni, consumate o tentate, aggravate dal metodo mafioso e ricondotte al contesto del clan dei Casalesi. La seconda sezione penale della Suprema Corte ha infatti dichiarato inammissibili sei ricorsi e rigettato gli altri due, lasciando così intatte le condanne pronunciate nei precedenti gradi di giudizio. La vicenda giudiziaria affonda le radici nel 2016, quando il Tribunale di Napoli, all’esito di giudizio abbreviato, aveva riconosciuto la responsabilità penale di Carmine Caiazzo, Angelo Compagnone, Enzo Alessio D’Aniello, Giuseppe D’Ausilio, Raffaele Di Tella, Nicola Fedele, Mario Maisto e Raffaele Ruffo per una serie di episodi estorsivi ai danni di imprenditori e commercianti.

In appello, nel novembre 2024, la Corte partenopea aveva parzialmente riformato quella decisione, accogliendo il concordato sulla pena per quattro imputati e confermando invece integralmente le condanne per gli altri. Nel collegio difensivo figuravano gli avvocati Patrizia Sebastianelli, Carmine D’Aniello, Domenico Della Gatta, Amalia Caliendo e Guglielmo Ventrone.

Tutti hanno tentato la strada della Cassazione, ma senza successo. Per sei imputati – Caiazzo, Compagnone, D’Aniello, D’Ausilio, Fedele e Maisto – i giudici di legittimità hanno dichiarato i ricorsi inammissibili. In particolare, per coloro che avevano aderito al concordato in appello, la Suprema Corte ha ribadito un principio costante: l’accordo sulla pena comporta la rinuncia a contestare la responsabilità penale e non consente, in Cassazione, di rimettere in discussione i fatti o la qualificazione giuridica delle condotte. Le censure proposte sono state ritenute generiche o comunque incompatibili con le rinunce già operate.

Per Caiazzo e D’Aniello, invece, la Cassazione ha escluso vizi di motivazione, ritenendo congrue e coerenti le valutazioni dei giudici di merito, fondate anche sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia. A tutti e sei è stata inflitta anche la condanna al pagamento delle spese processuali e di 3.000 euro ciascuno alla Cassa delle ammende. Diversa, ma non più favorevole, la sorte dei ricorsi presentati da Raffaele Di Tella e Raffaele Ruffo, esaminati nel merito e rigettati. Al centro della loro posizione vi è soprattutto un tentativo di estorsione risalente al 2009, ai danni di un’azienda attiva nel settore della metallurgia. Secondo la ricostruzione confermata dalla Cassazione, Di Tella avrebbe avuto il ruolo di mandante, mentre Ruffo avrebbe concorso nell’azione accompagnando l’esecutore materiale e rafforzando l’efficacia intimidatoria della richiesta.

I giudici hanno ritenuto irrilevante il fatto che Di Tella fosse detenuto all’epoca dei fatti, valorizzando invece il peso del suo nome sul territorio e il riferimento esplicito alla sua figura come elemento idoneo a incutere timore.

Un passaggio centrale della sentenza riguarda la conferma dell’aggravante del metodo mafioso. La Suprema Corte ha chiarito che, ai fini della sua configurabilità, non è necessario dimostrare formalmente l’esistenza di un’associazione mafiosa: è sufficiente che la minaccia si presenti come tipicamente mafiosa e sfrutti la reputazione criminale di un gruppo capace di esercitare controllo sul territorio. Nel caso esaminato, il richiamo al clan dei Casalesi e l’uso di nomi ritenuti evocativi del potere criminale sono stati giudicati pienamente idonei a integrare l’aggravante.

Con questa decisione, presa il 15 gennaio, la Cassazione ha dunque reso definitive tutte le condanne, chiudendo un processo durato anni e confermando l’impianto accusatorio costruito nei gradi di merito. Le motivazioni sono state depositate la scorsa settimana.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome