NOMI. Ucciso per uno sgarro a Gragnano: catturati i 2 nipoti del boss Afeltra. Cadavere mai ritrovato

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Antonio Chierchia, Raffaele Scarfato e Carmine Zurlo (vittima)
Antonio Chierchia, Raffaele Scarfato e Carmine Zurlo (vittima)

GRAGNANO – La Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli ha ricostruito quello che, secondo l’accusa, è un omicidio maturato negli equilibri della criminalità organizzata dei Monti Lattari. Vittima di “lupara bianca” a soli 29 anni, Carmine Zurlo sarebbe stato ucciso il 14 marzo 2022 a Gragnano. Il suo corpo non è mai stato ritrovato. L’inchiesta, coordinata dalla Dda partenopea, ha portato i carabinieri della compagnia di Castellammare di Stabia a eseguire un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di due indagati: Antonio Chierchia e Raffaele Scarfato, entrambi 33enni e originari di Pimonte. I due, nipoti del boss Raffaele Afeltra, sono accusati di omicidio aggravato dal metodo mafioso e soppressione di cadavere. Secondo gli inquirenti, Chierchia e Scarfato gravitavano nell’orbita del clan Afeltra-Di Martino, attivo a Pimonte e nell’area dei Lattari. Nell’indagine risulta indagato a piede libero anche il boss Francesco Di Martino, alias “zio Ciccio”, pluripregiudicato della zona e zio della stessa vittima.

La ricostruzione investigativa delinea un piano studiato: Scarfato avrebbe attirato Zurlo in una trappola, consegnandolo di fatto nelle mani di Chierchia, che lo avrebbe ucciso. Da quel momento del giovane si sono perse completamente le tracce. Un delitto consumato senza lasciare un corpo, senza un luogo di sepoltura, senza una verità tangibile per i familiari. Per quasi quattro anni la madre di Carmine, sorella del boss Di Martino, ha lanciato appelli pubblici affinché il corpo del figlio le venisse restituito. Un dolore aggravato dall’assenza di una tomba su cui piangere, simbolo della ferocia di una punizione interna alle dinamiche di clan.

Secondo quanto emerso dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e dalle testimonianze della fidanzata del 29enne, all’origine dell’omicidio ci sarebbe un ammanco di circa 130mila euro, ritenuti provento delle attività illecite della cosca. Il clan avrebbe sospettato che Zurlo si fosse appropriato della somma. I soldi, stando alle ricostruzioni, sarebbero stati nascosti dal giovane nel frigorifero della sua abitazione a Pimonte. Un sospetto che, nel contesto di un’organizzazione criminale, si sarebbe trasformato in una sentenza di morte. L’ipotesi accusatoria è che l’eliminazione di Zurlo sia servita a ristabilire gerarchie e a lanciare un messaggio esemplare all’interno del gruppo.

L’operazione portata a termine dai carabinieri rappresenta un nuovo colpo alle dinamiche dei clan attivi nell’area stabiese e dei Monti Lattari, ma lascia aperta la ferita più profonda: quella della scomparsa di un giovane il cui destino, secondo la Dda, è stato segnato da una logica spietata di controllo e punizione. E mentre la giustizia fa il suo corso, resta ancora senza risposta la domanda più dolorosa: dove si trova il corpo di Carmine Zurlo. È possibile che sia stato sotterrato in campagna a Gragnano, dove i due indagati sarebbero stati visti più volte nei giorni successivi al delitto.

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