Offese al cronista del “Cronache”, confermata la condanna del boss La Torre

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Augusto La Torre e Giuseppe Tallino
Augusto La Torre e Giuseppe Tallino

CASERTA – La Corte d’Appello di Torino, terza sezione, ha confermato la sentenza di primo grado nei confronti di Augusto La Torre, storico esponente del clan dei Chiuovi di Mondragone, ritenuto responsabile di diffamazione ai danni del giornalista di “Cronache” Giuseppe Tallino. La decisione ribadisce quanto già stabilito dal Tribunale di Ivrea, che aveva condannato il boss al pagamento di una multa di 1.000 euro, oltre a una provvisionale di 3.000 euro in favore della Libra Editrice e al rimborso delle spese legali per 1.800 euro.

Il procedimento trae origine da un’intervista rilasciata nel 2018 a un sito web, nella quale La Torre definì il cronista “pseudogiornalista” e “portavoce della Procura”, contestando la veridicità di alcuni articoli pubblicati. Da quelle dichiarazioni nacque la querela presentata da Tallino e l’avvio dell’iter giudiziario. Nel corso del processo di primo grado, l’imputato – che ieri era in videocollegamento dal carcere – non ha mai ritrattato le proprie affermazioni, arrivando anzi ad aggravare la propria posizione con ulteriori espressioni offensive, tra cui “pennivendolo”, e accusando il giornalista di “volere la scorta”. Solo in una fase successiva ha sostenuto che le sue parole rientrassero nell’esercizio del diritto di critica e non avessero carattere minaccioso.

Nel giudizio di secondo grado, la difesa dell’imputato, rappresentata dall’avvocato Beatrice Rinaudo, ha cercato di smontare l’impianto accusatorio sostenendo che le frasi pronunciate fossero il frutto di uno stato di rabbia legato alle conseguenze che gli articoli del cronista avrebbero avuto sulla sua posizione detentiva. Secondo questa ricostruzione, l’eco mediatica avrebbe inciso sulla concessione dei benefici penitenziari, determinando anche una nuova applicazione del regime di 41 bis e, di fatto, un aggravamento della condizione carceraria, con fine pena fissato al 2033.

Di diverso avviso la Procura, che ha sostenuto come le espressioni utilizzate fossero del tutto sganciate da qualsiasi contesto giustificativo e quindi pienamente lesive della reputazione del giornalista. Le parti civili, rappresentate dagli avvocati Francesco Parente per Tallino, presente in aula anche ieri mattina, e Gennaro Razzino per la testata “Cronache di Caserta”, hanno ribadito la gravità delle offese, sottolineando come, provenendo da un esponente di primo piano della criminalità organizzata, abbiano avuto un impatto particolarmente pesante sulla vita del cronista, che si era limitato a svolgere il proprio lavoro.

Nel corso del processo, i legali avevano inoltre prodotto documentazione giudiziaria a sostegno della fondatezza degli articoli pubblicati, collegati a un’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli che aveva portato alla condanna di Antonio Tiberio La Torre e Francesco Tiberio La Torre, rispettivamente fratello e figlio del boss, e che conteneva elementi riferiti anche allo stesso Augusto La Torre. A seguito delle dichiarazioni del boss, Tallino fu sottoposto a vigilanza dinamica su disposizione della Prefettura di Caserta, dopo una valutazione del Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, a dimostrazione delle conseguenze concrete che quelle parole avevano avuto sulla sua sicurezza personale.

Con la decisione della Corte d’Appello di Torino viene dunque confermata integralmente la condanna per diffamazione, riaffermando i limiti tra diritto di critica e tutela della reputazione, soprattutto quando le dichiarazioni provengono da figure legate alla criminalità organizzata. La vicenda si inserisce inoltre in un contesto ancora attuale, segnato da nuove indagini sul clan La Torre, con altri esponenti della famiglia recentemente tornati al centro delle cronache giudiziarie.

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