AFRAGOLA – C’è un dolore che non fa rumore, che si nasconde tra le pieghe di una mente stanca ed esasperata e tra i muri di un magazzino di periferia. È il dolore di Andrea (nome di fantasia), un ventenne con il cuore di un bambino, rimasto intrappolato in una spirale di violenza che definire bestiale sarebbe quasi un insulto agli animali. Ieri quel silenzio è stato spezzato dai passi dei carabinieri della stazione di Afragola, che hanno bussato alle porte di tre aguzzini portando in carcere i responsabili di un orrore che ha scosso la città. In manette, su ordine del gip Fabrizio Forte, sono finiti tre soggetti: R.P., 33 anni, titolare di un negozio di ortofrutta considerato il regista delle sevizie, L.C., 21 anni, e G.D.L., appena 19. Le accuse pesano come macigni: violenza sessuale di gruppo e atti persecutori aggravati, tutto ai danni di un giovane affetto da disabilità intellettiva che lo rendeva, agli occhi del “branco”, la preda perfetta.
Tutto inizia nell’estate del 2025. Andrea vive in un mondo in cui la cattiveria è quasi un concetto astratto e vuole semplicemente sentirsi utile. Si avvicina a un negozio e chiede di poter dare una mano. R.P. accetta, ma con una condizione: “Puoi lavorare, ma non ti pago”. Per Andrea non è un problema. Per lui quell’uomo diventa “come un padre”. Gli vuole bene, si fida, gli racconta i suoi segreti. Diventa l’ombra del magazzino: fa consegne, pulisce i pavimenti, aiuta dove serve. Ma dietro quella apparente benevolenza, secondo gli inquirenti, si nascondeva un sadismo senza fondo. Il punto di non ritorno arriva tra le mura del bagno del magazzino, dove l’odore di muffa si mescola a quello della frutta: è lì che il “triumvirato” del terrore mette in atto il suo piano.
Andrea viene spinto contro il muro. Le minacce sono agghiaccianti: “Se non lo fai ti picchiamo, ti tagliamo un dito”. Secondo l’impianto accusatorio, mentre L.C. e G.D.L. face- vano da cornice con risate e scherni, R.P. avrebbe abusato di lui utilizzando un ortaggio, trasformando un alimento quotidiano in uno strumento di tortura e umiliazione. Una violenza condita da frasi sprezzanti, simulazioni di voci femminili e un cinismo che toglie il fiato. “Ora esce incinto”, ridacchiavano gli altri due, mentre la dignità di Andrea veniva calpestata tra le risate soffocate. Ma la violenza sessuale era solo l’apice di un quotidiano inferno di bullismo.
Per mesi, i tre si sono divertiti a “giocare” con la vita di Andrea: il “cappottone”, lo costringevano a piegarsi in avanti per prenderlo a schiaffi sulla schiena fino a lasciargli i segni; la tortura del fuoco, quando G.D.L. gli ha spento una sigaretta sul collo, dietro l’orecchio, lasciandogli una cicatrice che ancora oggi testimonia quella ferocia gratuita; l’umiliazione pubblica, quando veniva bagnato con la pompa dell’acqua mentre gli urlavano “puzzi, vai a farti il bagno”, oppure costretto a mangiare cipolle crude e bere Coca-Co- la corretta con il peperoncino per il puro divertimento degli astanti.
Il castello di orrore crolla a gennaio, quando tre sconosciuti bussano alla porta della madre di Andrea. “Gira un video”, dicono. Un video che ritrae l’indicibile. Sconvolta, la donna affronta il figlio. Andrea prima nega, trema, poi esplode in un pianto liberatorio. Racconta tutto: le violenze, la paura di uscire, quel sudore freddo che lo assaliva ogni volta che passava davanti a quella frutteria. Le indagini dei carabinieri sono state rapide e implacabili. Intercettazioni telefoniche hanno rivelato il clima di terrore: la madre che confida alle amiche di come il figlio “si facesse addosso per la paura”, di come avesse iniziato a balbettare e a colpire i muri per la frustrazione. Andrea ha persino accarezzato l’idea di farla finita, di gettarsi sotto un treno per sfuggire a quegli sguardi che lo chiamavano “scemo” e “cagasotto”.
Il momento più drammatico dell’inchiesta si è consumato durante il riconoscimento fotografico. Quando i militari hanno mostrato ad Andrea la foto di R.P., il ragazzo ha iniziato a tremare violentemente. Si è fatto il segno della croce, come a voler scacciare un demone, prima di confermare: “E’ lui”. Oggi, per i tre indagati, si sono aperte le porte del carcere. Per Andrea inizia un percorso di guarigione molto più lungo. Resta l’immagine di un video che ha circolato nel web, un trofeo di cacciatori di anime che hanno scelto come bersaglio chi non aveva armi per difendersi. Afragola si interroga su come sia stato possibile che tanto odio sia cresciuto indisturbato tra le cassette di frutta di una via qualunque.



















