Schiavone in crisi, le donne dei boss diventano badanti. Problemi economici per i Casalesi

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Salvatore e Vincenzo Cantiello
Salvatore e Vincenzo Cantiello

CASAL DI PRINCIPE – Casal di Principe, il tramonto dei Casalesi: le mogli fanno le badanti mentre i figli sperperano il “tesoro” del clan. Un tempo il Clan dei Casalesi era una holding del crimine capace di fatturare miliardi. Oggi, l’istantanea che emerge dalle recenti indagini della Dda e dalle intercettazioni ambientali racconta una realtà fatta di stenti, risentimenti familiari e una gestione “miserabile” delle casse comuni. Se i boss storici restano al 41bis, fuori c’è chi deve rimboccarsi le maniche per sopravvivere e chi, invece, spende i pochi soldi rimasti in beni di lusso, lasciando i parenti detenuti “a pane e acqua”. Dalle intercettazioni effettua- te nell’abitazione di Pasquale Apicella e sua moglie Mariapia, emerge un quadro desolante. La moglie di boss detenuto lavorerebbe come badante presso una donna anziana per sbarcare il lunario. Una condizione che stride violentemente con lo stile di vita dei “rampolli” della famiglia. Mentre Apicella si lamenta di doversi “togliere il pane di bocca” per inviare i vaglia ai cognati in carcere (Salvatore e Vincenzo Cantiello), parenti dei due detenuti vengono accusati dai parenti di totale disinteresse.

“Quella pensa solo alle unghie, ai capelli e alle borsette,” sbotta Mariapia nelle registrazioni. Le fa eco il marito Pasquale, furioso per l’ostentazione dei giovani di famiglia: “Voi vi comprate le scarpe di Dolce & Gabbana da 600 o 700 euro e vostro padre in carcere sta digiuno”. Il sostentamento dei detenuti è diventato un incubo logistico ed economico. Apicella gestisce somme che oscillano tra i 500 e
i 1000 euro, cercando di mediare tra i creditori di Marcianise e Milano per recuperare denaro. La preoccupazione non è solo la mancanza di liquidità, ma anche la pressione degli inquirenti. In un passaggio chiave, Apicella confessa il timore che i continui vaglia fatti dalla moglie Mariapia possano attirare l’attenzione dei magistrati: “Se questi vanno a indagare, Mariapia non ha reddito… io prendo 1150 euro al mese, come giustifichiamo che mandiamo i soldi a tutti?”.

La strategia diventa quindi quella di frazionare i pagamenti: “Ho preso mille euro e li ho conservati… glieli mando un poco alla volta”, rivela la moglie, per evitare di dare nell’occhio e per gestire con parsimonia le scarse risorse. Il disprezzo all’interno della consorteria criminale è palpabile. Mariapia non usa mezzi termini per descrivere i fratelli detenuti e il nipote Antonio: “Non sono stati buoni (…), hanno solo portato guai e si sono mangiati i soldi”. Un nipote viene definito un “uomo di m…” che preferisce l’apparenza al sostegno del padre al 41-bis. Anche nei confronti di altri affiliati, come i parenti di Augusto Bianco, il giudizio è sferzante. Apicella evita di consegnare denaro direttamente ai giovani, temendo che lo sperperino in “due o tre bottiglie di Champagne nei bar”.

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