Scommesse illegali, la Cassazione blinda le indagini: “Legittimo il sequestro del pc senza via libera del giudice”

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Operazione della polizia
Operazione della polizia

ROMA – Un verdetto che pesa come un macigno sul mondo sommerso delle scommesse abusive e che fissa un principio fondamentale per le future indagini. La Corte di Cassazione, con una sentenza destinata a fare giurisprudenza, ha confermato il sequestro di computer, documenti e assegni bancari eseguito in un centro scommesse di Napoli, respingendo il ricorso del suo gestore. La Suprema Corte ha stabilito che, in casi di urgenza, le forze dell’ordine possono accedere ai dati informatici di un sospettato anche senza la preventiva autorizzazione di un giudice, per evitare che prove cruciali vengano cancellate o disperse.

L’inchiesta, che ora riceve il sigillo di legittimità dai massimi giudici, affonda le sue radici in un controllo apparentemente di routine. La polizia giudiziaria aveva fatto irruzione nell’agenzia napoletana per una “ispezione amministrativa”, finalizzata a verificare il rispetto delle normative sulle scommesse sportive. Dietro la parvenza di un’attività lecita, tuttavia, gli investigatori hanno scoperchiato un vaso di Pandora digitale. Sul computer del centro, infatti, hanno trovato un’intensa e sistematica attività illecita: numerosi accessi, facilitati da username e password memorizzati nel browser, a piattaforme di bookmaker esteri, prive di qualsiasi autorizzazione a operare in Italia. Un fiume di denaro che scorreva al di fuori di ogni controllo, come testimoniato dall’elevatissimo numero di transazioni registrate.

Di fronte a un quadro così compromettente, gli agenti hanno agito con tempestività. Hanno immediatamente consultato e copiato i dati ritenuti più scottanti, per poi porre sotto sequestro probatorio l’intero computer. Insieme al “tesoro” informatico, sono finiti sotto sigillo anche diversi documenti manoscritti, verosimilmente un libro mastro con nomi, puntate e saldi dei clienti, alcuni assegni bancari e una somma di 400 euro in contanti.

La difesa del gestore ha tentato di smontare l’impianto accusatorio giocando una carta procedurale. Nel suo ricorso in Cassazione, ha sostenuto che l’accesso al computer fosse illegittimo, una violazione della privacy tutelata dalla Costituzione e dalle normative europee, poiché avvenuto senza un decreto preventivo del giudice. Un tentativo di rendere inutilizzabile la prova regina dell’inchiesta.

Ma i Supremi giudici hanno rigettato questa linea su tutta la linea. Hanno chiarito che il codice di procedura penale consente alla polizia giudiziaria, in situazioni di flagranza o di particolare urgenza, di agire per salvaguardare la genuinità della prova. Il rischio concreto che il gestore, una volta terminato il controllo, potesse cancellare la cronologia, le password e ogni traccia digitale delle sue operazioni illegali, ha reso l’intervento immediato non solo legittimo, ma necessario. La Cassazione ha sottolineato che la tutela del diritto alla riservatezza non è stata violata, in quanto il sistema prevede un controllo giurisdizionale “ex post”, ma effettivo e in tempi brevi. Nel caso specifico, il Tribunale del Riesame di Napoli aveva già valutato e confermato la “legittimità, la necessità e la proporzionalità dell’intervento”, garantendo così la supervisione di un giudice terzo e imparziale. Inoltre, è stato precisato che l’ispezione informatica non è stata una “pesca a strascico”, ma un’azione mirata ai soli siti di scommesse illegali.

La sentenza, datata 27 gennaio 2026, rappresenta quindi un’arma in più per gli inquirenti impegnati a contrastare il lucroso business del gioco d’azzardo illegale. Per quanto riguarda i 400 euro in contanti, la Corte ha specificato che la loro posizione è estranea a questo specifico provvedimento e che il gestore potrà chiederne la restituzione tramite un’istanza separata. Un dettaglio burocratico che non scalfisce la portata di una decisione che blinda l’indagine e permette alla Procura di Napoli di procedere con un impianto accusatorio ora solidissimo.

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