Scoperti due bunker nella casa ereditata dai fratelli Zagaria

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Ernesto Adriano Falanga, Michele Zagaria e Gesualda Zagaria

CASAPESENNA – Una rete fittissima di complici, pronti a custodire segreti anche al costo della galera. Una densa trama di relazioni, rafforzata da vincoli familiari capaci di tracciare un muro di omertà quasi invalicabile. È ciò che ha contrassegnato e tutt’ora determina la cosca Zagaria (caratteristiche che la rendono sempre più simile a una ‘ndrina calabrese). Ed è a causa di questi intrecci di fedeltà mafiosa e legami di sangue che la latitanza di Michele Zagaria, alias Capastorta, il leader del gruppo, è durata oltre 16 anni.
Al netto delle frequenti puntate all’estero, fino al 7 dicembre 2011 (giorno della sua cattura in via Mascagni), il mafioso da fuggiasco aveva continuato a guidare la cosca restando in pianta stabile nell’Agro Aversano, sgattaiolando da un bunker all’altro. E il 18 febbraio scorso, i carabinieri hanno scoperto, con buona probabilità, due di quei covi che avrebbero permesso (è un’ipotesi investigativa) proprio a Capastorta o a qualche suo affiliato di evitare la galera. Dove si trovano? Nell’abitazione situata al civico 12 di via Luigi Einaudi.

I bunker
A individuarli sono stati i carabinieri del Nucleo investigativo di Caserta. Erano alla ricerca di armi detenute illegalmente e gli elementi raccolti li avevano portati a bussare alla porta della casa di Ernesto Adriano Falanga, 56enne di Casapesenna. Mentre i militari si preparavano a controllare l’immobile, è stato direttamente Falanga ad avvertirli che nell’appartamento era presente un covo. Il nascondiglio da lui segnalato si trova nel locale cantina, raggiungibile attraverso delle scale situate nel cortile. L’ingresso, costituito da una porta in cemento armato, è celato dietro una scaffalatura a più ripiani.
I carabinieri, proseguendo i controlli, hanno individuato anche un secondo nascondiglio, che Falanga non aveva indicato: è ricavato in uno dei bagni dell’abitazione e coperto da un pannello scorrevole. Più piccolo di quello situato in cantina, è munito di due staffe da sfruttare per raggiungere una seduta in cemento. Entrambi i nascondigli sono provvisti di illuminazione.

La pistola mitragliatrice
Bunker a parte, i carabinieri – come già riportato nell’edizione di Cronache di Caserta del 20 febbraio scorso – hanno trovato una pistola mitragliatrice. L’arma era nascosta in un secchio di vernice, riposto nel primo bunker, e con essa c’erano anche 149 proiettili di vario calibro e due caricatori (uno per la mitraglietta e un altro per una pistola). Insomma, soddisfatto ai fini investigativi anche il motivo principale che aveva innescato la perquisizione: la ricerca di armi.

L’immobile degli Zagaria
A spingere i carabinieri a ipotizzare che i nascondigli trovati potessero essere legati al clan Zagaria è l’origine dell’abitazione dove sono stati ricavati. Una parte della struttura era di proprietà di Elvira Maria Elena Zagaria, che nel 2014 entrò poi in possesso anche delle altre quote che le mancavano (le vennero girate dai figli). Cinque anni dopo la scomparsa della donna, l’immobile venne ereditato dai nipoti. Tra loro ci sono il boss Michele Zagaria, i fratelli Carmine, Pasquale e Antonio, e le sorelle Gesualda, Elvira e Beatrice (madre di Filippo Capaldo, considerato dagli inquirenti il delfino di Capastorta). Ma ad occuparla, al momento del blitz, non era nessuno di loro, ma Falanga.
Sintetizzando, la casa con dentro i due bunker era originariamente della zia del boss Michele Zagaria e, alla morte della donna, è passata formalmente proprio al padrino del clan dei Casalesi e ai suoi fratelli. Logicamente, che quei nascondigli fossero usati dal mafioso durante la latitanza o dai suoi sodali è -ripetiamolo – solo un’ipotesi investigativa, che, logicamente, dovrà essere accertata nel prosieguo dell’indagine affidata ai carabinieri.

Le accuse
Ad oggi Falanga si trova in carcere per la detenzione illegale e la ricettazione della pistola mitragliatrice. Al 56enne non è contestato, quindi, alcun reato connesso alla mafia. A collegarlo, però, con la famiglia Zagaria non è solo la casa dove abita. L’uomo è imparentato, attraverso la moglie, con due pezzi da novanta del clan dei Casalesi. Chi sono? Giovanni e Giuseppe Garofalo, noti come i Marmolari, tra i più fidati uomini di Capastorta. Infatti, furono tra gli affiliati che gestirono parte della latitanza del boss.
Contro il provvedimento che tiene il 56enne in prigione (da ritenere innocente fino a un’eventuale sentenza di condanna irrevocabile), i suoi legali, gli avvocati Guido Diana e Ferdinando Letizia, hanno presentato ricorso al Riesame.

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