TEVEROLA – Spezzare il loro legame con il territorio, impedire che continuino a comunicare con gli altri affiliati, isolarli per depotenziare
il contesto mafioso che, da liberi, avevano contribuito a creare: è principalmente per questo che scattano le misure cautelari. Ma tutte queste ragioni possono essere vanificate da un cellulare. Basta che un telefonino arrivi nella disponibilità di chi è stato portato in carcere con l’obiettivo di tranciare i suoi contatti con il mondo criminale, e quei ponti vengono pericolosamente ricostruiti. Ed è quello che, stando alla tesi del pubblico ministero Simona Belluccio della Dda di Napoli, stava facendo Salvatore De Santis, detto ’o buttafuori.
Era stato arrestato lo scorso settembre per associazione mafiosa: avrebbe fatto parte del gruppo guidato dai boss Aldo Picca (a cui recente
mente è stato applicato il 41bis) e Nicola Di Martino, occupandosi, in nome del clan dei Casalesi, di estorsioni e gestendo il business
della droga. Ma mentre era recluso nel carcere di Poggioreale sarebbe riuscito a comunicare con l’esterno grazie a un microtelefonino.
Una condotta che, sostiene l’accusa, sarebbe stata realizzata da De Santis per agevolare le attività illecite della fazione dei Casalesi a cui apparterebbe.
A usare quel telefonino, ritiene la Dda, non sarebbe stato però solo ‘o buttafuori, ma anche altri tre soggetti finiti in cella sempre in relazione all’indagine sul clan Picca-Di Martino. Chi sono? Cristian Pio Intelligenza, 26enne di Aversa, accusato di spaccio; Antonio Rega, 38enne di Carinaro, che risponde di associazione a delinquere finalizzata alla vendita di narcotici; e Francesco De Chiara, ora collaboratore di giustizia. I tre si trovavano nella stessa stanza di De Santis, nel reparto Avellino della prigione di Poggioreale, ma a loro non è contestata l’aggravante mafiosa, soltanto l’uso indebito del telefonino (trovato dagli agenti della polizia penitenziaria lo scorso gennaio). ‘O buttafuori ora è recluso a Tolmezzo.
Il pm Belluccio ha dichiarato conclusa l’indagine preliminare sul ritrovamento e l’uso del cellulare e ora valuterà la richiesta di processo per i quattro inquisiti, assistiti dai legali Gianfranco Carbone, Gaetano Laiso, Vincenzo Motti e Maria Di Cesare.