Tra rifiuti, mafia, massoneria e l’ombra di Gelli: nessuno sconto di pena per Cerci

Aveva chiesto la continuazione tra le condanne, ma per la Cassazione i reati non fanno parte di un unico disegno criminoso

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Cerci e Gelli

CASAL DI PRINCIPE – Per oltre trent’anni il suo nome ha attraversato processi, verbali di pentiti e inchieste sui traffici più oscuri d’Italia. Dalle discariche abusive della Campania alle relazioni riservate della massoneria deviata, fino ai richiami a uno dei personaggi più enigmatici del Novecento italiano, Licio Gelli. Oggi Gaetano Cerci torna al centro delle cronache giudiziarie per una decisione che mette un punto fermo sul suo lungo percorso penale: la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso con cui l’imprenditore campano tentava di ottenere la continuazione tra numerose condanne definitive, nel tentativo di ridurre la pena complessiva.

Secondo la settima sezione penale, l’istanza non dimostra l’esistenza di un unico disegno criminoso originario. Le condotte – scrivono i giudici – sono distanti nel tempo, in alcuni casi di oltre dieci anni, e maturano in contesti differenti. La Corte sottolinea che l’identità del disegno criminoso deve essere rintracciabile sin dalla commissione del primo reato e non può essere ricostruita a posteriori sulla base della mera ripetizione di violazioni. Da qui il rigetto del ricorso, ritenuto generico e infondato, e la condanna di Cerci al pagamento delle spese processuali e di 3mila euro in favore della Cassa delle ammende.

La pronuncia richiama un curriculum giudiziario imponente. Tra le sentenze indicate figurano condanne per associazione mafiosa, con riferimento a fatti accertati tra Caserta e provincia già negli anni Novanta, estorsioni aggravate dal metodo mafioso, consumate tra il 2013 e il 2014 nel territorio di Castel Volturno, una tentata estorsione, risalente ai primi anni Duemila, violazioni reiterate delle misure di prevenzione a Casal di Principe, ricettazione, oltre ad altri reati per i quali la continuazione è stata riconosciuta solo in parte dalla Corte d’appello di Napoli, limitatamente ad alcune sentenze. Un mosaico che la Cassazione ha ritenuto non riconducibile a una strategia criminale unica e coerente sin dall’origine.

Ma la figura di Cerci va ben oltre l’elenco delle condanne. Nato nel 1965, familiare acquisito del boss Francesco Bidognetti, Cerci compare in modo ricorrente nelle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia come snodo operativo dei traffici illeciti di rifiuti tra Nord e Sud. Secondo quanto riferito già negli anni Novanta, era organico al clan dei Casalesi e monopolizzava lo smaltimento illegale dei rifiuti nelle aree di influenza dell’organizzazione, quantificando i proventi e curandone il versamento – diretto o indiretto – al gruppo criminale.
Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmine Schiavone, deceduto nel 2015 e cugino del capoclan Francesco Sandokan, hanno fornito dettagli importanti sul profilo di Cerci. Schiavone lo colloca, a partire dalla fine degli anni Ottanta, nei circoli culturali in odor di massoneria di Arezzo, indicandolo come emissario nei rapporti con imprenditori del Centro-Nord. In questo contesto emerge il rapporto diretto con Licio Gelli, descritto come figura sovraordinata e regista occulto di parte dei traffici di rifiuti tossici provenienti dalla Toscana e sversati tra Napoli e Caserta.

A rafforzare quel quadro sono le parole di altri collaboratori interni al clan. Giuseppe Quadrano riferì negli anni Novanta di aver fatto da intermediario, già nel 1988, per un traffico di rifiuti dalla Toscana alla Campania, seguito personalmente da Bidognetti e organizzato sul piano operativo anche dal nipote Cerci, impegnato in continui spostamenti tra le due regioni. I rifiuti venivano indirizzati verso siti individuati in Terra di Lavoro, con luoghi di occultamento segnalati da referenti locali. In quelle stesse dichiarazioni, Gelli viene indicato come gestore occulto dei traffici, sovraordinato agli imprenditori coinvolti.

Nell’elenco dei pentiti pure Mario Sperlongano, collaboratore proveniente dall’area di Mondragone: attribuì a Gelli un ruolo preminente nell’organizzazione dei traffici e nei rapporti con i vertici del clan. Pure il testimone Riccardo Modeo, alla fine del secolo scorso, interrogato dai magistrati, ha ricordato incontri riconducibili all’orbita di Villa Wanda, la residenza aretina del capo della P2, spiegati con la perdurante attività di Gelli nell’ecomafia. Luigi Di Dona ha infine parlato di incontri tra emissari dei Casalesi e Gelli mediati proprio da Cerci, arrivando a evocare contatti finalizzati anche a interventi su procedimenti giudiziari pendenti, compresi ricorsi in Cassazione.

Uno spaccato che ha reso Cerci una figura trasversale, capace di muoversi tra mafia, affari e ambienti massonici, e che spiega perché il suo nome continui a riemergere nei passaggi chiave delle inchieste sull’ecomafia. Personaggio controverso, Cerci aveva attirato l’attenzione anche della Procura di Napoli qualche anno fa, tanto che – secondo quanto risulta – vi fu il tentativo di un colloquio per approfondire vicende che a lui sarebbero state note. La decisione della Cassazione (presa lo scorso dicembre) non riscrive quella storia, ma ne certifica l’esito giudiziario: nessuno sconto complessivo di pena, perché – per i giudici – quei reati non nascono da un’unica regia criminale, bensì da una pluralità di scelte e contesti distribuiti nel tempo.

Clan dei Casalesi e logge segrete. Schiavone …

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