NAPOLI – Il boom di polveri sottili a Bagnoli da quando sono cominciati i lavori nel cantiere dell’America’s Cup preoccupa.
I dati del laboratorio mobile Arpac, raccolti tra fine gennaio e il 16 marzo, fotografano una situazione critica: 17 sforamenti del limite giornaliero di PM10 (50 microgrammi per metro cubo) in poco più di un mese e mezzo, quasi uno ogni tre giorni, pari a circa il 40% dei giorni monitorati.
Un dato nettamente superiore rispetto ad altre zone: appena due sforamenti al porto, tre nell’area Ferrovia e dodici in via Argine. A Bagnoli non solo si registra il valore più alto, ma anche i picchi più intensi: fino a 113 microgrammi e punte orarie oltre i 300, con valori che arrivano a 367 e 321.
È in questo contesto che Arpac, sollecitata anche dalle associazioni, ha deciso di alzare il livello delle verifiche. Nella nota inviata alla Regione e agli altri enti interessati, oltre che agli stessi comitati, l’Agenzia chiarisce che “è stato avviato il monitoraggio della qualità dell’aria installando a Bagnoli un laboratorio mobile” e che “presso lo stesso sito è stato avviato, nell’ultima settimana di febbraio, il campionamento del particolato atmosferico (PM10 e PM2.5), i cui filtri raccolti vengono progressivamente portati in laboratorio per essere sottoposti alla speciazione”.
Un’analisi che riguarda “la determinazione delle specie: alluminio, antimonio, argento, arsenico, bario, boro, cadmio, cobalto, cromo, ferro, nichel, piombo, rame, zinco”, oltre a numerosi altri elementi e composti chimici, inclusi gli idrocarburi policiclici aromatici. Un passaggio importante, che segna il passaggio da analisi generiche a controlli mirati sulla composizione delle polveri.
Ma per i comitati non è sufficiente. Arpac vuole vederci chiaro, ma le associazioni chiedono di più.
“È un primo, importante risultato della nostra azione di monitoraggio civico – sottolinea Cittadinanza Attiva in Difesa di Napoli – che spinge le istituzioni a passare dalle analisi generiche a quelle mirate su metalli e idrocarburi. Ma non basta”.
Il nodo è l’amianto. “Il piano comunicato dall’Arpac presenta una lacuna inaccettabile – attaccano le associazioni – la ricerca deve comprendere obbligatoriamente le fibre di amianto, storicamente presenti nel sito”.
Da qui la richiesta di integrazione immediata delle analisi con microscopia elettronica (SEM), il rispetto del D.Lgs. 152/2006 e la pubblicazione trasparente dei risultati.
Il punto, però, resta politico oltre che tecnico. I dati si collocano esattamente nella fase in cui il cantiere entra nel vivo, con un aumento significativo delle polveri sottili. E la domanda diventa inevitabile: esiste una correlazione tra le lavorazioni in corso e questi livelli di inquinamento?
Per ora la linea istituzionale resta prudente, tra monitoraggi e verifiche. Ma i numeri raccontano una pressione crescente sull’area e riaprono una questione centrale: la rigenerazione di Bagnoli può permettersi di peggiorare, anche temporaneamente, la qualità dell’aria?
E non è stata scelta la rimozione solo parziale della colmata, a differenza del progetto approvato anche dal governo nel 2019, proprio per evitare di inquinare ulteriormente l’aria nel quartiere?
Per i comitati la risposta è già chiara: “Abbiamo ottenuto l’avvio delle analisi, ora pretendiamo che siano complete e trasparenti. La tutela della salute pubblica non si fa a metà”.


















