Due pesi e due misure

Vincenzo D'Anna

Ennio Flajano, intellettuale controcorrente, soleva dire, con grande ironia, che in Italia non mancava la libertà, bensì gli uomini liberi. Soprattutto, mi permetto sommessamente di aggiungere, se si tratta di doversi esporre e rischiare di perdere un beneficio oppure di incappare nelle reprimende dei detentori del “potere” di turno. Ed ecco, pertanto, che si trascinano, nel tempo, identici modo di pensare e di agire, pensosi ed ossequiosi, evitando di turbare tutte le anime elette giunte ai vertici dai vari apparati di governo. Se così non fosse, d’altronde, avremmo oggi, in pieno XXI esimo secolo, un popolo istruito e pressoché libero dai bisogni più elementari. Un popolo disposto a non tacere innanzi a certe incresciose situazioni ed a vere e proprie infamie. Increscioso è, ad esempio, il termine di paragone su come a volte viene amministrata la giustizia in Italia. 

E’ il caso del Comune di Trentola Ducenta dove viene arrestato un sindaco e si “sgominano” i suoi “dipendenti” perché accusati di aver gestito l’affare dell’installazione delle luminarie natalizie e l’acquisto di una fotocopiatrice. Una quindicina, in tutto, le persone coinvolte in questo grande evento criminoso che riguarda importi per qualche migliaia di euro. 

“Dura legge ma legge” recita il vecchio adagio. E si può anche essere d’accordo per una pena, la carcerazione, che pure appare esagerata per questo tipo di crimine. Di converso, sembra stranamente sopita – ed eccolo il termine di paragone – la vicenda delle intercettazioni per il condizionamento politico-sindacale degli incarichi da conferire da alcuni magistrati ad altri magistrati presso taluni uffici giudiziari del Belpaese. Riepilogando: il sindaco di Trentola (che non conosco) viene arrestato, attorniato da una pletora di inquisiti, per quattro lampadine natalizie, nel mentre Palamara & C. restano nel pieno esercizio delle proprie funzioni con annesso stipendio.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: è più pericoloso, socialmente parlando, tenere ai loro posti quelle toghe che sono state accusate di aver raccomandato alcuni loro colleghi “gestendo” incarichi di grande prestigio e delicatezza in talune Procure, oppure rimuovere il sindaco che gestisce le luminarie e la fotocopiatrice (forse per accontentare amici ed elettori)? A chi e perché conviene dare in pasto all’opinione pubblica la versione edulcorata della realtà avallata, pur sottoforma di alto e severo monito, dal Capo dello Stato, che sembra aver cinicamente dimenticato che egli stesso fu espresso dalla politica (e dal Parlamento), su indicazione della sinistra democristiana, allo scranno della Corte Costituzionale, nell’ambito di una trattativa che verosimilmente fu simile a quella intercorsa (e “chiacchierata”) tra Lotti e Palamara?

Insomma, per dirla tutta: perché una prassi politica nota e consolidata diventa oggi uno scandalo che peraltro non colpisce con sanzioni chi quello scandalo ha procurato? Perché chi si scandalizza all’interno della magistratura finge di ignorare che le correnti interne sono vere e proprie consorterie politiche ed ideologiche che puntano ad assumere il potere ed a gestirlo per applicare all’esercizio della giurisdizione l’idea politica e sociale che essi stessi coltivano? Perché i censori senza macchia e senza paura non chiedono di ridimensionare un potere, quello dei giudici, che si è organizzato politicamente, agendo paradossalmente contro la politica stessa? 
Perché nessuno sollecita una riforma della giustizia che chiarisca e separi ruoli e funzioni di un potere dello Stato ormai rotto a liturgie ed interessi identici a quelli praticati dalla politica, che in tempi diversi e per identiche manchevolezze morali, fu riformata e ridimensionata in tutte le sue facoltà? 

Insisto: perché vige e regge ancora la menzogna che la riforma giudiziaria sia una vendetta della politica sui magistrati? È ancora credibile che ogni ipotesi di migliorare procedure, ridurre tempi dei giudizi, proteggere le libertà ed i diritti del cittadino dagli errori giudiziari e dalla tracotanza di alcuni pubblici ministeri (che spesso indossano i panni del moralismo e del giudice etico, senza mai pagare errori e negligenze), sia contrabbandata come un atto in favore dei malavitosi? 

Fino a quando pagherà il malcapitato sindaco di turno e tutto il resto non si cambia, avremo sempre un sistema sghembo ed ipocrita che chiamiamo giustizia, amministrato in nome di quello stesso popolo che lo subisce.

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