Venezuela: raid USA e cattura annunciata di Maduro

189
petrolio venezuelano
petrolio venezuelano

Nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, diverse esplosioni hanno scosso il Venezuela. Residenti a Caracas e in altri stati hanno segnalato boati e blackout, seguiti da un annuncio del presidente statunitense: le forze armate USA avrebbero condotto un attacco e catturato il presidente Nicolas Maduro, che sarebbe stato portato fuori dal paese.

L’operazione sarebbe stata eseguita dalla Delta Force, un’unità d’élite. Tuttavia, questa affermazione non ha trovato conferme indipendenti. Non sono state diffuse immagini, né comunicazioni da parte di organismi internazionali, e le agenzie di stampa hanno riportato la notizia con cautela. Il governo venezuelano ha immediatamente definito l’accaduto una “grave aggressione militare” finalizzata all’appropriazione di petrolio e minerali.

La giustificazione ufficiale fornita da Washington è stata la “guerra al narcotraffico”, accusando il Venezuela di essere un hub per il traffico di droga. I dati della stessa agenzia antidroga statunitense (DEA), però, indicano che il ruolo del Paese nel traffico globale è marginale rispetto a nazioni come Colombia e Messico. Questa narrazione appare debole, soprattutto se confrontata con la crisi interna degli Stati Uniti legata al consumo di stupefacenti.

Il vero nodo della questione appare dunque geostrategico ed energetico. Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo. Negli ultimi anni, l’amministrazione Maduro ha rafforzato le alleanze energetiche e commerciali con Cina, Russia e Iran, potenze rivali degli Stati Uniti. Questo ha aperto una breccia nel controllo statunitense sul mercato energetico e monetario, con una quota crescente di scambi che avviene al di fuori del dollaro.

L’attacco sembra rientrare in una dottrina militare precisa, nota come “Soppressione delle Difese Aeree Nemiche” (SEAD). Si tratta di una strategia che mira a neutralizzare radar e sistemi missilistici per ottenere il controllo dei cieli e preparare il terreno a operazioni più profonde. Non è una mossa per vincere una guerra, ma per renderla tecnicamente possibile, inviando un potente messaggio di dominio.

Un’invasione di terra, tuttavia, comporterebbe rischi enormi. La geografia del Venezuela, simile a quella dell’Afghanistan, renderebbe un’occupazione lunga, costosa e dall’esito incerto. Per questo, l’ipotesi di una “cattura dimostrativa” del presidente è plausibile: un’azione simbolica per inviare un messaggio a Teheran e Pechino, evitando per ora una guerra di occupazione.

L’evento si inserisce in una lunga storia di interventi statunitensi in America Latina, spesso mascherati da altre motivazioni ma finalizzati al controllo delle risorse e all’imposizione di governi allineati. Dalla Guatemala del 1954 al Cile del 1973, la logica è stata la stessa: quando un paese non si allinea attraverso la pressione economica o diplomatica, si passa all’azione militare. La lotta per il controllo dei combustibili fossili continua a essere la causa primaria di conflitti, il cui prezzo è pagato dalle popolazioni locali e dall’ambiente.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome