Giulia Bonetti, contract manager presso l’European Centre for Medium-Range Weather Forecasts e da sempre attiva nella tutela ambientale, è rientrata a dicembre da una spedizione al Polo Sud. Dopo aver visitato le sette meraviglie del mondo e il Polo Nord, ha intrapreso questo viaggio in uno degli ecosistemi più estremi del pianeta.
La traversata del Drake Passage è durata due giorni. A bordo dell’Antarctic Ambassador, il tempo sembrava scorrere lentamente, scandito dal rollio della nave in un orizzonte marino ipnotico e apparentemente immutabile. La stanchezza e l’attesa hanno caratterizzato quelle ore, fino all’arrivo di un segnale inequivocabile: grandi sagome scure hanno iniziato a planare accanto all’imbarcazione. Erano i petrelli giganti.
L’avvistamento dei petrelli giganti (Macronectes giganteus e Macronectes halli) ha rappresentato uno dei primi indizi biologici della vicinanza al continente antartico. Questi imponenti uccelli marini, con un’apertura alare che può superare i due metri, sono perfettamente adattati agli ambienti subpolari. Il loro volo radente e potente, che sfrutta le correnti d’aria generate dalle onde, è un esempio emblematico di efficienza energetica.
La loro comparsa non ha avuto solo un valore emotivo, ma anche un chiaro significato ecologico. Ha indicato la presenza di ecosistemi marini produttivi, capaci di sostenere la vita di grandi predatori e necrofagi, essenziali per l’equilibrio della catena alimentare locale.
Insieme con i petrelli, anche gli skua (in particolare lo skua antartico, Stercorarius maccormicki) hanno iniziato ad accompagnare la nave. Gli skua sono noti per essere uccelli estremamente intelligenti e opportunisti, dal comportamento territoriale e con una grande capacità di adattarsi a diverse fonti di cibo. In Antartide svolgono un ruolo ecologico fondamentale, agendo sia come predatori sia come spazzini, e contribuiscono al riciclo della materia organica.
Questi primi avvistamenti hanno segnato l’inizio di un approccio più scientifico all’osservazione della fauna. Durante la spedizione, infatti, i partecipanti hanno preso parte a progetti di citizen science, in particolare ai Seabird Surveys, che raccolgono dati sulla distribuzione, l’abbondanza e il comportamento degli uccelli marini. Le osservazioni di skua e altri uccelli pelagici aiutano a monitorare lo stato di salute degli ecosistemi.
Questi dati sono cruciali per individuare i possibili effetti dei cambiamenti climatici e delle attività umane in un’area così remota e delicata. L’Antartide, regolata dal Trattato Antartico come continente dedicato alla pace e alla ricerca scientifica, è un laboratorio naturale unico al mondo per lo studio della fauna marina.
Specie come petrelli, albatri e skua agiscono come vere e proprie sentinelle ambientali. Qualsiasi variazione nei loro comportamenti migratori, nel successo riproduttivo o nelle aree di foraggiamento fornisce indicazioni preziose sulle condizioni dell’oceano e della sua rete trofica.
Così, quel primo incontro con la fauna selvatica ha assunto un valore che è andato oltre l’emozione del viaggio. È stato il primo contatto diretto con la straordinaria biodiversità antartica e, allo stesso tempo, l’ingresso in una dimensione di osservazione consapevole, dove ogni avvistamento diventa parte di una conoscenza collettiva, fondamentale per studiare e proteggere questo fragile continente.























