Una recente indagine scientifica, i cui risultati sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista ‘Nature’, ha gettato una nuova, preoccupante luce sullo stato di salute del Mar Tirreno. Un team di ricercatori internazionali, composto da biologi marini e chimici ambientali del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, ha documentato livelli di contaminazione da microplastiche senza precedenti nelle acque che circondano l’Arcipelago Toscano.
Il progetto di ricerca si è protratto per oltre due anni e ha previsto una campagna di campionamento meticolosa. Gli scienziati hanno raccolto campioni di acqua, sedimento e, soprattutto, esemplari di diverse specie ittiche e di invertebrati che popolano l’area, un santuario della biodiversità marina. Le analisi di laboratorio, condotte con tecniche spettroscopiche avanzate, hanno permesso di identificare e quantificare la presenza di polimeri sintetici nei tessuti degli organismi.
I dati emersi sono allarmanti. Quasi il 90% dei pesci analizzati, appartenenti a specie di interesse commerciale come il nasello e la triglia, conteneva frammenti di plastica nel tratto gastrointestinale. I polimeri più comuni sono risultati essere il polietilene (PE), utilizzato per imballaggi e sacchetti, e il polipropilene (PP), impiegato in innumerevoli prodotti di uso quotidiano. La concentrazione media ha superato i 15 frammenti per individuo, un dato che segnala un’esposizione cronica e diffusa all’inquinamento.
Le conseguenze per la fauna sono gravi e multiformi. L’ingestione di queste particelle può causare blocchi intestinali, infiammazioni croniche, stress ossidativo e alterazioni del sistema endocrino, compromettendo la capacità riproduttiva e la sopravvivenza stessa degli animali. Questo fenomeno, noto come bioaccumulo, minaccia di risalire la catena alimentare, mettendo a rischio i predatori superiori, inclusi mammiferi marini come delfini e balene che frequentano queste acque, e gli uccelli marini.
L’impatto non si limita all’ecosistema. Gli autori dello studio hanno sottolineato come la contaminazione della filiera ittica ponga interrogativi urgenti anche per la sicurezza alimentare umana. Sebbene la ricerca sui diretti effetti sulla nostra salute sia ancora in corso, il consumo di pesce contaminato rappresenta una via di esposizione a sostanze chimiche potenzialmente nocive, adsorbite sulla superficie delle microplastiche.
In conclusione, il gruppo di ricerca ha lanciato un appello vigoroso alle istituzioni nazionali ed europee. Sarà fondamentale implementare politiche più severe per la riduzione della produzione di plastica monouso e migliorare drasticamente i sistemi di raccolta e riciclo dei rifiuti. Senza un intervento immediato e coordinato, il patrimonio naturale del Mediterraneo rischia un danno irreversibile.























