È stato avviato nell’Arcipelago Toscano un ambizioso progetto pilota finalizzato a contrastare l’inquinamento da microplastiche, una delle minacce più subdole per la salute dei nostri mari. L’iniziativa, frutto della collaborazione tra l’Istituto di Scienze Marine del CNR e l’Università di Pisa, ha introdotto una tecnologia sperimentale per la cattura di questi minuscoli frammenti prima che possano entrare nella catena alimentare.
Il problema dei micro-rifiuti è particolarmente sentito in aree di alta valenza naturalistica come il Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, un santuario di biodiversità. Queste particelle, inferiori ai 5 millimetri di diametro, derivano dalla degradazione di oggetti più grandi e vengono facilmente ingerite da plancton, pesci e molluschi, accumulandosi nei loro tessuti e risalendo fino all’uomo con conseguenze ancora in parte da studiare.
La soluzione proposta si basa su speciali barriere filtranti a “polarizzazione ionica”. A differenza dei sistemi meccanici tradizionali, queste membrane non ostacolano il passaggio della fauna acquatica ma creano un debole campo elettrostatico in acqua. Questo campo attira e intrappola selettivamente le particelle polimeriche, che hanno una carica superficiale differente da quella dei materiali organici. I pannelli, realizzati in materiale biodegradabile, sono stati progettati per essere a basso impatto e richiedere una manutenzione minima.
La fase di sperimentazione iniziale ha visto l’installazione di diverse barriere in punti strategici, come le foci di alcuni piccoli corsi d’acqua sull’Isola d’Elba e le aree portuali di Portoferraio, dove la concentrazione di detriti è storicamente più elevata. I primi campionamenti, effettuati dopo tre mesi, hanno già mostrato una capacità di cattura superiore all’85% delle microplastiche presenti nel flusso d’acqua analizzato, un risultato che ha superato le aspettative dei ricercatori.
“Questi dati preliminari sono estremamente incoraggianti”, ha dichiarato la dottoressa Elena Ricci, coordinatrice del progetto per il CNR. “Il nostro obiettivo non è solo rimuovere i materiali, ma anche studiarne la tipologia e l’origine per sviluppare strategie di prevenzione più efficaci. Ogni frammento raccolto ci fornisce informazioni preziose per mappare le fonti dell’inquinamento a livello locale”.
Se i risultati saranno confermati al termine del ciclo di test, previsto per la fine del prossimo anno, la tecnologia potrà essere estesa ad altre aree marine protette del Mediterraneo. Si sta già valutando la possibilità di creare versioni adattabili per gli impianti di depurazione e per le imbarcazioni, trasformando una soluzione locale in uno strumento di lotta globale.
Questo programma ha dimostrato come l’innovazione sia un alleato fondamentale nella tutela degli ecosistemi. Tuttavia, la vittoria finale contro l’invasione dei polimeri richiederà uno sforzo congiunto, che unisca la ricerca scientifica a politiche di riduzione dei rifiuti alla fonte e a una maggiore consapevolezza da parte di cittadini e imprese.




















