Influenza: non è colpa del freddo ma degli spazi chiusi

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Ambienti chiusi
Ambienti chiusi

È una convinzione radicata e difficile da sradicare: l’arrivo del freddo porta con sé influenza e raffreddore. Recenti analisi e studi scientifici hanno tuttavia dimostrato come questa credenza sia fondamentalmente errata. Non sono le basse temperature a causare direttamente le malattie stagionali, bensì i virus che, proprio in questo periodo, trovano le condizioni ambientali ideali per diffondersi. La vera causa va ricercata nel modo in cui modifichiamo le nostre abitudini con l’arrivo dell’inverno.

Con l’abbassamento delle temperature, tendiamo a passare la maggior parte del nostro tempo in ambienti chiusi: case, uffici, scuole, mezzi pubblici. Questa maggiore permanenza al coperto aumenta drasticamente le occasioni di contatto ravvicinato con altre persone, creando un terreno fertile per la trasmissione di agenti patogeni come i virus influenzali e parainfluenzali. Un semplice starnuto in una stanza affollata e poco ventilata può trasformarsi in un veicolo di contagio estremamente efficiente.

Un fattore ambientale spesso sottovalutato è l’impatto dei sistemi di riscaldamento sulla qualità dell’aria interna. Radiatori e termoconvettori, indispensabili per il comfort termico, hanno l’effetto collaterale di ridurre significativamente il tasso di umidità dell’aria. Questo processo di deumidificazione rende l’ambiente più secco, e di conseguenza secca anche le nostre mucose nasali e della gola. Queste mucose rappresentano la nostra prima, fondamentale barriera difensiva: quando perdono la loro naturale umidità, diventano meno efficaci nel catturare e neutralizzare virus e batteri prima che possano raggiungere le vie respiratorie profonde.

La centralità dell’umidità è stata confermata da diversi studi scientifici. Una ricerca pubblicata già nel 2007 ha evidenziato come l’umidità relativa dell’ambiente sia un parametro chiave nella vitalità e trasmissione del virus dell’influenza. In condizioni di bassa umidità, tipiche degli interni riscaldati in inverno, le particelle virali aerosolizzate (droplet) rimangono sospese nell’aria più a lungo e viaggiano su distanze maggiori. Al contrario, un’umidità relativa compresa tra il 40% e il 60% ha dimostrato di inattivare più rapidamente i virus e favorirne la caduta sulle superfici, riducendo il rischio di inalazione.

A ulteriore riprova che la temperatura non è il fattore scatenante, basta osservare l’andamento epidemiologico di altri virus respiratori. Il rinovirus, principale responsabile del comune raffreddore, registra spesso il suo picco di massima diffusione in autunno, in concomitanza con la riapertura delle scuole. È il ritorno alla vita comunitaria in aule spesso sovraffollate e con ricambio d’aria insufficiente, e non l’arrivo del gelo invernale, a determinare l’impennata dei contagi. Il freddo può al massimo indebolire l’organismo, ma non è mai la causa primaria dell’infezione.

La difesa dalle malattie invernali passa quindi non tanto dal proteggersi ossessivamente dal clima rigido, quanto dal curare la qualità dell’ambiente in cui viviamo. Sarà fondamentale adottare buone pratiche come arieggiare frequentemente i locali per garantire un corretto ricambio d’aria, utilizzare umidificatori per mantenere un livello di umidità ottimale e, naturalmente, continuare a seguire le basilari norme igieniche. La gestione consapevole del nostro micro-ambiente interno si è rivelata una delle strategie più efficaci per la prevenzione.

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