Nel regno animale, l’olfatto gioca un ruolo cruciale, ma non sempre piacevole. Quando si pensa a un odore sgradevole, la mente corre subito alla puzzola, o moffetta. Eppure, la natura ha creato creature capaci di produrre effluvi ben più potenti e persistenti. Questi odori non sono un difetto, ma sofisticate strategie evolutive per la difesa, la comunicazione e la riproduzione.
Il vero re degli animali maleodoranti non è un mustelide, ma un formichiere: il tamandua meridionale (Tamandua tetradactyla). Diffuso nelle foreste e nelle savane del Sud America, questo mammifero dall’aspetto curioso si è guadagnato il soprannome di “puzzola della foresta” per una ragione ben precisa. Quando si sente minacciato da predatori come giaguari o puma, il tamandua attiva una potentissima difesa chimica.
Da una ghiandola anale posta alla base della coda, è in grado di spruzzare una secrezione dall’odore nauseabondo, descritto come un mix di acido e marciume. Le analisi hanno confermato che questo composto è circa quattro volte più potente e persistente di quello emesso dalla più nota moffetta. L’efficacia di questa arma chimica è tale da scoraggiare la maggior parte degli aggressori, garantendo la sopravvivenza di un animale altrimenti vulnerabile.
Non tutti gli odori intensi servono a respingere. Nel caso del bue muschiato (Ovibos moschatus), un imponente erbivoro delle regioni artiche, il forte aroma è un messaggio d’amore e di potere. Durante la stagione degli amori, i maschi emettono un odore penetrante, vagamente simile al muschio da cui prendono il nome, per attrarre le femmine e segnalare il proprio dominio agli altri maschi.
Questo odore non proviene da una singola ghiandola, ma è il risultato dell’urina che i maschi spruzzano sulle loro zampe anteriori e sul pelo. Il composto evapora lentamente, impregnando l’aria circostante per chilometri. Per le femmine, l’intensità dell’odore è un indicatore della salute e della forza del maschio, un fattore decisivo nella scelta del partner per la riproduzione. In questo contesto, puzzare è sinonimo di successo.
Anche il mondo dei volatili ha il suo campione di fetore: l’hoatzin (Opisthocomus hoazin), un uccello che vive nelle paludi e nelle foreste pluviali del bacino amazzonico. È conosciuto localmente come “pájaro hediondo” (uccello fetente) e il motivo risiede nel suo sistema digestivo, unico tra gli uccelli. L’hoatzin è l’unico volatile a utilizzare la fermentazione batterica nell’ingluvie, la parte anteriore dell’intestino, per digerire le foglie di cui si nutre.
Questo processo, simile a quello dei ruminanti come le mucche, produce gas e composti aromatici volatili che impregnano la carne e il corpo dell’animale. Il risultato è un odore costante e penetrante di letame fresco o vegetazione in decomposizione. Questo tanfo lo rende quasi immangiabile per l’uomo e per molti predatori naturali, rappresentando una straordinaria strategia di sopravvivenza passiva.




















