Giappone: batteri per eliminare la plastica in mare

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Batteri mangiaplastica
Batteri mangiaplastica

Il Giappone ha avviato una delle più promettenti sperimentazioni nella lotta all’inquinamento marino. Un gruppo di scienziati dell’Università di Kyoto ha dato il via a un progetto pilota nella baia di Tokyo per testare l’efficacia di un batterio geneticamente modificato, progettato specificamente per degradare le microplastiche.

L’iniziativa risponde a un’emergenza globale. Le microplastiche, frammenti inferiori ai cinque millimetri, hanno ormai contaminato ogni angolo del pianeta, dagli oceani più profondi alle vette più alte. Nella sola baia di Tokyo, la concentrazione di questi inquinanti ha raggiunto livelli allarmanti, minacciando la catena alimentare e la salute dell’intero ecosistema. Questi polimeri finiscono per essere ingeriti dalla fauna, accumulandosi nei loro tessuti e risalendo fino all’uomo.

La soluzione proposta dai ricercatori giapponesi si basa su una versione potenziata del batterio *Ideonella sakaiensis*, un microrganismo scoperto nel 2016 capace di nutrirsi di PET (polietilentereftalato), il polimero usato per produrre bottiglie e imballaggi. Grazie a tecniche di ingegneria genetica, gli scienziati hanno reso l’enzima prodotto dal batterio molto più efficiente e rapido nel suo processo di decomposizione.

Il processo è affascinante: il batterio si ancora alla superficie della plastica e secerne un enzima che spezza i legami chimici del polimero. Il risultato è la scissione del PET nei suoi due monomeri di base, acido tereftalico e glicole etilenico. Queste sostanze, a differenza della plastica da cui derivano, sono biodegradabili e possono essere assimilate da altri microrganismi presenti in natura, chiudendo il ciclo senza lasciare residui tossici.

L’attuale fase di test si svolge all’interno di grandi recinzioni galleggianti e isolate, posizionate in aree strategiche della baia. Questo approccio controllato permetterà di valutare con precisione l’efficacia dei batteri e di monitorare ogni possibile impatto sull’ambiente circostante. I ricercatori raccoglieranno costantemente dati sulla riduzione della concentrazione di plastica, sulla qualità dell’acqua e sulla salute del plancton e di altre specie autoctone.

“Se questa tecnologia si dimostrerà sicura ed efficace, le sue applicazioni future saranno immense,” ha dichiarato la professoressa Akina Tanaka, a capo del progetto. “Potremo impiegarla negli impianti di trattamento delle acque reflue, per intercettare le microplastiche prima che raggiungano il mare, o persino sviluppare sistemi di bonifica su larga scala per le aree oceaniche più contaminate.”

Tuttavia, il team di ricerca procede con la massima cautela. La principale preoccupazione riguarda l’introduzione di un organismo geneticamente modificato in un ecosistema aperto. Saranno necessari studi a lungo termine per escludere qualsiasi effetto collaterale imprevisto. Il prossimo passo sarà ottimizzare il batterio per renderlo attivo a diverse temperature e livelli di salinità, ampliandone il potenziale raggio d’azione.

Questo progetto non rappresenta la soluzione definitiva al problema della plastica, che richiede innanzitutto una drastica riduzione della produzione e del consumo. Tuttavia, ha aperto la strada a uno strumento potentissimo, confermando il ruolo del Giappone come leader nell’innovazione tecnologica applicata alla salvaguardia dell’ambiente.

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