L’Università La Sapienza ha presentato a Roma il progetto “Aggiungi un sorriso a tavola”, un’iniziativa di “terza missione” rivolta a pazienti oncologici e persone che hanno subito gravi traumi al distretto oro-facciale. Il programma è stato illustrato presso la sede dell’Ordine dei Medici-Chirurghi e degli Odontoiatri di Roma.
Il progetto è nato dalla constatazione che, per chi ha affrontato tumori o traumi testa-collo, gesti quotidiani come masticare, sorridere o condividere un pasto possono diventare fonte di profondo disagio. Questa difficoltà non è solo funzionale, ma provoca una frattura nell’identità, nell’autostima e nei legami sociali, portando spesso all’isolamento.
“Aggiungi un sorriso a tavola” si propone di intervenire su questa soglia, dove la medicina incontra la vita di tutti i giorni. L’iniziativa incarna la “terza missione” universitaria, ovvero l’applicazione concreta delle competenze accademiche per rispondere ai bisogni della società, offrendo percorsi di cura gratuiti e integrati a pazienti fragili.
Il cuore del programma consiste in un percorso personalizzato che unisce diverse professionalità. Odontoiatri, chirurghi maxillo-facciali, nutrizionisti e psicologi collaborano per affrontare le complesse conseguenze dei danni oro-facciali. La riabilitazione protesica e implantare è affiancata da un percorso di educazione alimentare e da un indispensabile supporto psicologico.
In questo contesto, il cibo assume un ruolo che va oltre il semplice nutrimento. Diventa uno strumento di rinascita emotiva e un’esperienza sociale. Il progetto invita i pazienti a cucinare insieme, a preparare piatti adatti alle loro condizioni e, soprattutto, a condividere nuovamente il momento del pasto, ricostruendo fiducia e senso di appartenenza.
Questa visione della salute è profondamente intrecciata con i contesti di vita e gli stili alimentari, richiamando il paradigma One Health. Tale approccio riconosce l’indissolubile interconnessione tra la salute umana, quella ambientale e quella sociale. La riabilitazione del singolo paziente si lega così a una riflessione più ampia sui sistemi alimentari sostenibili e su territori capaci di garantire benessere collettivo.
Prendersi cura delle persone più fragili, secondo questa prospettiva, significa anche interrogarsi sui modelli di produzione del cibo e sulle politiche pubbliche che promuovono inclusione e qualità della vita. Come ha spiegato Edoardo Brauner, referente del progetto, l’obiettivo è ridurre l’isolamento e mostrare ai pazienti che esistono percorsi condivisi per recuperare una dimensione di normalità.
Fondamentale è l’attenzione agli aspetti psicologici. La modifica del volto e la perdita della funzione orale hanno un impatto devastante sull’immagine di sé. Per questo il programma include una valutazione psicologica strutturata e un accompagnamento costante, i cui dati contribuiranno alla ricerca per sviluppare modelli di intervento replicabili.
Il progetto, della durata di diciotto mesi, vede la collaborazione di diversi dipartimenti universitari con il Municipio II di Roma, la Asl Roma 1 e numerose associazioni di pazienti. Questa rete dimostra come la sanità pubblica possa integrare con efficacia competenze scientifiche, istituzioni e società civile.
La gratuità degli interventi, nei limiti del budget, rappresenta un atto di equità sociale. L’iniziativa si pone come un modello di sanità che non si limita a curare la malattia, ma che accompagna la persona nella ricostruzione delle relazioni e restituisce dignità alla vita.




















