Europa: la transizione energetica è in forte ritardo

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Transizione energetica
Transizione energetica

Il sistema energetico europeo ha mostrato un divario crescente tra gli obiettivi climatici al 2030 e le dinamiche industriali. Un’analisi ENEA, realizzata a dieci anni dall’avvio della Energy Union Strategy, ha evidenziato come l’Europa si sia progressivamente allontanata dai suoi target di decarbonizzazione, con costi dell’energia strutturalmente più alti rispetto ai concorrenti globali.

Per rientrare nella traiettoria prevista, sarebbe ora necessaria un’accelerazione senza precedenti. Il contributo ENEA ha quantificato lo sforzo richiesto: una riduzione annua dei consumi energetici superiore al 3% e un taglio delle emissioni di CO₂ del 7% all’anno.

Questi valori sono nettamente superiori a quelli stimati nel 2015, quando si riteneva sufficiente un calo dei consumi dell’1% e delle emissioni del 2%. Allo stesso tempo, la quota di energie rinnovabili dovrebbe aumentare di 3 punti percentuali ogni anno, il doppio rispetto agli 1,5 punti previsti dieci anni fa. Questo scarto misura il ritardo accumulato.

Il peggioramento della competitività industriale europea è una delle conseguenze più gravi. Nonostante una riduzione rispetto ai picchi del 2022, i prezzi di gas e elettricità per famiglie e imprese sono rimasti molto più alti del periodo pre-crisi.

In parallelo, il saldo commerciale dell’Unione nelle tecnologie a basse emissioni di carbonio ha registrato un peggioramento costante dal 2015. I settori ad alta intensità energetica, come l’acciaio e la chimica di base, hanno visto la loro produzione scendere ai livelli più bassi degli ultimi 30 anni, segnale di una deindustrializzazione in atto.

L’analisi ha individuato un problema centrale nella gestione degli investimenti pubblici. Negli ultimi anni, una quota rilevante delle risorse è stata destinata a misure di emergenza per contenere i prezzi, anziché a investimenti strutturali nelle tecnologie pulite.

Questo approccio ha limitato la capacità di innescare un vero cambiamento produttivo. A differenza di Cina e Stati Uniti, dove le politiche pubbliche hanno sostenuto direttamente lo sviluppo industriale green, l’Europa si è concentrata sulla gestione della crisi, senza rafforzare in modo duraturo il proprio sistema.

A dieci anni dal suo avvio, l’Unione dell’Energia non ha raggiunto l’obiettivo di integrare sostenibilità ambientale, sicurezza e competitività. Le politiche adottate non sono riuscite a superare la frammentazione tra le decisioni nazionali e quelle comunitarie.

Secondo i ricercatori, è necessario un nuovo modello che integri l’innovazione con una cooperazione internazionale aperta. Il fabbisogno di investimenti per il periodo 2026-2030 è stato stimato in 660 miliardi di euro l’anno. Per colmare questo divario, sarà indispensabile una revisione del Patto di Stabilità per consentire ai bilanci statali di sostenere la transizione.

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