Sono ripresi presso la sede Onu di New York i negoziati per istituire un sistema fiscale globale più inclusivo ed efficace. L’obiettivo è la creazione di una Convenzione Quadro sulla Cooperazione Fiscale Internazionale, spinta da molti Paesi per far sì che i più grandi inquinatori del pianeta paghino un corrispettivo per i danni arrecati al clima.
La questione è considerata urgente, dato che un numero crescente di nazioni subisce le conseguenze dei cambiamenti climatici. La responsabilità, d’altra parte, appare molto concentrata: si stima che appena 32 aziende siano responsabili di oltre la metà delle emissioni globali di CO2 derivanti da combustibili fossili.
Questi negoziati segnano un cambiamento potenzialmente storico, spostando il baricentro delle decisioni in materia fiscale dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), un club di Paesi ricchi, alle Nazioni Unite. Ciò garantirà maggior voce alle economie in via di sviluppo, nonostante la resistenza di molti Stati ad alto reddito che preferirebbero mantenere le discussioni all’interno dell’Ocse.
Le attuali sessioni di colloqui serviranno a preparare una “Bozza Zero” del trattato, con l’obiettivo di presentare i testi finali all’Assemblea Generale nel 2027. Per le comunità più vulnerabili, obbligare le aziende inquinanti a pagare è un prerequisito essenziale per ottenere giustizia climatica.
Il problema principale è che solo i Paesi in cui hanno sede le industrie estrattive possono tassare direttamente lo sfruttamento delle risorse. Un regime fiscale globale supererebbe questo limite. Per ovviare al timore che una tassazione aggressiva possa allontanare i capitali, la soluzione proposta è un’azione coordinata tra un nutrito gruppo di Stati, che imporrebbero una tassa minima sulla ricchezza.
La proposta, avanzata dai Paesi africani nel 2022, potrebbe portare a un’adozione formale della Convenzione entro la fine del prossimo anno se i governi troveranno un accordo. Secondo il Tax Justice Network, ogni anno si perdono 492 miliardi di dollari di entrate fiscali a causa di multinazionali e individui facoltosi che sfruttano i paradisi fiscali.
Le compagnie petrolifere e del gas, in particolare, hanno registrato profitti record negli ultimi anni. Secondo uno studio, una sovrattassa del 20% sui profitti dei 100 maggiori produttori di fonti fossili avrebbe potuto generare oltre 1.000 miliardi di dollari nei dieci anni successivi all’Accordo di Parigi del 2015.
La bozza della convenzione si concentra su un’equa allocazione dei diritti di imposizione, stabilendo che gli Stati dove viene creato valore o dove si trovano i mercati abbiano il diritto di tassare una parte del reddito generato.
Un ostacolo significativo è arrivato dal ritiro degli Stati Uniti dai colloqui. La decisione del governo statunitense limita la portata del trattato, sebbene non impedisca agli altri Paesi di procedere. Gli USA sono considerati i maggiori responsabili storici dei cambiamenti climatici, con 542 miliardi di tonnellate di CO2 emesse dal 1850.




















