Il collegamento ferroviario in Molise, sulla tratta che unisce Campobasso a Isernia, è stato sospeso nel 2020. La ragione ufficiale era l’avvio di un ambizioso programma di lavori per l’elettrificazione e l’ammodernamento dell’infrastruttura, un intervento atteso da tempo per migliorare la mobilità regionale. Inizialmente, Rete Ferroviaria Italiana aveva annunciato una durata dei cantieri di soli tre anni, con la promessa di ripristinare il servizio entro il 2023.
A distanza di anni, quel cronoprogramma è diventato carta straccia. Le previsioni più recenti, comunicate ufficialmente, hanno spostato la data di conclusione dei lavori alla fine del 2028. Un ritardo di cinque anni rispetto ai piani originali che trasforma un’opera di modernizzazione in un’odissea per i cittadini. Parallelamente, anche i preventivi sono esplosi: il budget iniziale, stimato in 80 milioni di euro, è risultato del tutto inadeguato. Le nuove proiezioni indicano che per completare l’opera saranno necessari non meno di 400 milioni di euro, un aumento di cinque volte rispetto alla cifra pattuita.
Le cause di questo fallimento gestionale sono molteplici. Analisi dei documenti hanno rivelato gravi errori di pianificazione che hanno costretto i tecnici a rivedere e riprogettare intere sezioni dell’opera. A questi problemi si sono aggiunti imprevisti sul campo, come il crollo di una galleria avvenuto durante gli scavi tra Vinchiaturo e Baranello, che ha ulteriormente rallentato le operazioni. Le previsioni fornite da Ferrovie si sono dimostrate, anno dopo anno, sistematicamente errate, alimentando un clima di sfiducia.
L’impatto sulla vita quotidiana dei molisani è devastante. Migliaia di studenti e residenti, che facevano affidamento sul servizio per i loro spostamenti, si trovano da anni costretti a utilizzare autobus sostitutivi, spesso più lenti e affollati, o a dipendere dall’automobile privata. Questa situazione ha portato Campobasso a detenere un primato negativo: è l’unico capoluogo di regione in Italia a non essere servito da alcun collegamento su rotaia, un isolamento che penalizza l’economia e la coesione sociale.
Oltre al disagio per i cittadini, questa vicenda rappresenta un grave danno ambientale. La mancanza di un’alternativa ferroviaria, il mezzo di trasporto terrestre più sostenibile, spinge un numero maggiore di persone a usare l’auto. Questo si traduce in un aumento del traffico veicolare, delle emissioni di gas serra e dell’inquinamento atmosferico, in netta controtendenza con gli obiettivi di transizione ecologica. Il progetto, nato per rendere il trasporto più verde, ha finito per peggiorare l’impronta ecologica della regione.
La storia della ferrovia molisana è diventata così l’emblema di una cattiva gestione delle risorse pubbliche. Un’opera che doveva simboleggiare il futuro si è trasformata in un pozzo senza fondo di denaro pubblico e in un simbolo di inefficienza che lascia un’intera comunità priva di un servizio essenziale.





















