L’olio minerale usato rappresenta un rifiuto pericoloso con un elevato potenziale inquinante. Se disperso nell’ambiente, può avvelenare le falde acquifere, creare una pellicola impermeabile sulla superficie dell’acqua che soffoca la vita acquatica e, se bruciato in modo improprio, rilasciare sostanze tossiche nell’atmosfera.
Contro questo rischio, l’Italia ha sviluppato un modello di economia circolare che si è affermato come un’eccellenza a livello globale. Il sistema garantisce la raccolta del 100% del prodotto e la sua trasformazione in nuove risorse, principalmente basi lubrificanti rigenerate. Questo approccio è attentamente osservato anche all’estero per la sua efficacia.
A guidare questa filiera è il Conou, il Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati. Il suo presidente, Riccardo Piunti, ha definito il ciclo italiano come “il più virtuoso al mondo”, sottolineando un primato evidente sia in Europa sia rispetto agli Stati Uniti. Nel dettaglio, il nostro Paese non solo raccoglie la totalità del prodotto (circa 190mila tonnellate annue), ma ne rigenera il 98%.
I dati di altre nazioni non sono altrettanto positivi. In Europa, la raccolta media si ferma all’80% del potenziale, con un 20% di prodotto disperso, e di quanto raccolto solo il 60% viene rigenerato. Negli Stati Uniti, la raccolta raggiunge circa l’80%, ma la quota avviata a rigenerazione scende al 50%.
L’efficienza del sistema si basa su una filiera organizzata. Secondo l’ultimo report di sostenibilità, nel corso del 2024 il Consorzio ha recuperato 188mila tonnellate di oli usati. L’operatività è stata gestita da 58 aziende concessionarie che hanno effettuato i ritiri presso circa 103mila produttori e siti su tutto il territorio nazionale.
La quasi totalità di questo materiale è stata poi ceduta a tre raffinerie specializzate nella rigenerazione. Soltanto una piccola parte, pari a 2.400 tonnellate, è stata destinata a termovalorizzazione per produrre energia, mentre un residuo minimo di 200 tonnellate è stato smaltito tramite termodistruzione in inceneritori autorizzati.
I vantaggi di questo ciclo sono sia economici che ambientali. Dal punto di vista economico, si recuperano da un rifiuto prodotti per un valore di circa 120 milioni di euro l’anno. Sul fronte ambientale, il processo ha permesso di evitare l’emissione di 90mila tonnellate di CO2 equivalente (un taglio di oltre il 40%) e ha ridotto del 90% la produzione di altri inquinanti rispetto alla lavorazione di materia prima vergine.
Infine, l’impatto socio-economico generato dal sistema Conou nel 2024 è stato stimato in oltre 73,4 milioni di euro, con un’occupazione diretta per più di 1.850 persone.



















