Roma: il WWF mappa le aree umide della città

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Zone umide
Zone umide

Le zone umide, come paludi, stagni e anse fluviali, sono ecosistemi ricchissimi ma anche tra i più minacciati del pianeta. A Roma, il WWF ha avviato un censimento per documentare lo stato di salute, la biodiversità e le criticità di queste aree, spesso invisibili ma decisive per l’equilibrio ambientale urbano.

Questi ambienti, pur occupando una piccola parte della superficie terrestre, svolgono un ruolo cruciale. Agiscono come spugne naturali, regolando le piene e mitigando la siccità, e offrono un habitat fondamentale per anfibi, uccelli acquatici e innumerevoli altre specie. In Europa, purtroppo, oltre la metà di queste zone è andata perduta nel corso del Novecento a causa di urbanizzazione, bonifiche e inquinamento.

La Giornata Mondiale delle Zone Umide, che si celebra ogni 2 febbraio, ha recentemente rafforzato il suo messaggio. Di fronte all’aumento di eventi climatici estremi, proteggere questi ecosistemi è diventata una misura concreta di prevenzione del rischio, non più una semplice scelta estetica.

Roma è una città storicamente legata all’acqua, ma l’espansione del ventesimo secolo ha modificato o cancellato molti di questi ambienti. Il censimento del WWF si è concentrato proprio sulle aree residue, spesso incastonate nel tessuto cittadino, per creare una mappa delle criticità e delle potenzialità di recupero. I volontari hanno condotto sopralluoghi sistematici, raccogliendo dati sulle caratteristiche ambientali, sullo stato delle acque e sulla fauna presente, con particolare attenzione alle specie più piccole, ottimi indicatori di qualità ecologica.

Un primo sopralluogo ha interessato l’ansa morta del Tevere a Spinaceto, un’area nata dalla rettifica del fiume tra il 1938 e il 1940. Nonostante la frammentazione causata da infrastrutture come il Grande Raccordo Anulare, questo ambiente ha mostrato una sorprendente resilienza. I volontari hanno censito una ricca avifauna, con specie legate all’acqua come l’alzavola e il cormorano, ma anche passeriformi come l’usignolo di fiume. La presenza del picchio rosso maggiore e di tracce di istrice ha confermato un mosaico di habitat ancora funzionale.

Il quadro è cambiato radicalmente durante la seconda tappa al laghetto dell’EUR. Questo bacino artificiale, molto frequentato, è risultato dominato da specie aliene. Sono stati osservati germani reali e gabbiani, ma ha sorpreso la totale assenza di anfibi comuni come rane e rospi. L’unico rettile avvistato è stata una tartaruga dalle orecchie gialle, una specie nordamericana invasiva, simbolo di un problema più ampio legato all’abbandono di animali esotici.

Il laghetto dell’EUR, realizzato negli anni ’50, ha un ricambio idrico limitato che rende il suo equilibrio ecologico molto fragile. La sua comunità ittica è dominata da specie alloctone come carpe e pesci gatto, introdotte quasi sempre da rilasci irresponsabili, che ne compromettono la qualità ambientale.

La diffusione di specie aliene rappresenta infatti una delle minacce più gravi, poiché entrano in competizione con la fauna locale e alterano gli equilibri naturali. Il WWF ha sottolineato come questo fenomeno sia spesso legato a comportamenti individuali errati, evidenziando la necessità di una maggiore consapevolezza collettiva.

In conclusione, il censimento ha restituito un’immagine complessa. Da un lato, la resilienza di aree come Spinaceto, capaci di ospitare una biodiversità significativa. Dall’altro, l’impoverimento biologico di siti artificializzati come l’EUR, dominati da specie invasive. Questa doppia lettura indica che il futuro delle zone umide romane non è segnato: interventi mirati di tutela e gestione possono fare la differenza, trasformando questi ambienti in preziose soluzioni basate sulla natura per l’adattamento climatico della capitale.

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