Albania, centri vuoti: 18 milioni per l’hotel agenti

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Spreco pubblico
Spreco pubblico

Il governo italiano ha rinnovato per due anni il contratto per l’alloggio delle forze dell’ordine in Albania, nonostante i centri per migranti costruiti nel Paese siano rimasti quasi deserti. L’operazione avrà un costo massimo stimato di oltre 18 milioni di euro, destinati a una struttura alberghiera a cinque stelle per un servizio di fatto non operativo.

Il Dipartimento della Pubblica Sicurezza ha assegnato l’appalto alla società Rafaelo Resort S.r.l., con sede a Shëngjin, per un servizio di camere singole e ristorazione al costo di 83 euro al giorno per agente, tasse escluse. La procedura di gara, avviata lo scorso anno, ha visto la partecipazione di un solo offerente, lo stesso che si era già aggiudicato il precedente contratto nel 2024.

Questo ingente investimento stride con la realtà operativa dei centri di Shëngjin e Gjadër. A fronte di una capienza teorica di circa 3.000 persone al mese, le strutture hanno visto transitare finora solo poche decine di migranti. Il protocollo tra Italia e Albania, firmato nel novembre 2023, prevedeva di trasferire lì uomini adulti soccorsi da navi italiane e provenienti da Paesi considerati “sicuri”, applicando una procedura di frontiera accelerata sotto giurisdizione italiana.

Il progetto si è però scontrato con ostacoli giuridici insormontabili. Diversi giudici italiani non hanno convalidato i primi trattenimenti, basando le loro decisioni sull’interpretazione del diritto europeo, in particolare sulle direttive che regolano le procedure d’asilo e i rimpatri. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha successivamente confermato la correttezza di tale interpretazione, mentre la Cassazione ha sollevato ulteriori dubbi sulla compatibilità del sistema con le norme comunitarie.

Per superare l’impasse, il governo ha tentato di modificare le regole del gioco. Con un decreto-legge del marzo 2025, ha ampliato la platea di persone trasferibili, includendo anche migranti già presenti nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) in Italia. L’esecutivo ha difeso la scelta, definendo il modello albanese una “soluzione innovativa” e attribuendo i ritardi a presunte sentenze “ideologiche” dei tribunali.

Parallelamente, è stata diffusa una narrazione politica che collega il funzionamento dei centri alla riforma costituzionale della magistratura. Secondo questa tesi, l’approvazione della riforma impedirebbe ai giudici di ostacolare i trasferimenti. Dal punto di vista giuridico, tuttavia, questo legame non esiste: la riforma incide sull’organizzazione interna delle carriere dei magistrati, ma non modifica le leggi sui trattenimenti né il primato del diritto europeo, che resta il vero fulcro della questione.

Il rinnovo dell’accordo con il resort ha riacceso le critiche delle opposizioni, che hanno parlato di uno spreco di risorse pubbliche. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha difeso la spesa, sostenendo la necessità di garantire condizioni adeguate agli agenti in missione. Il problema, però, non è il comfort degli alloggi, ma il rapporto tra i costi esorbitanti e i risultati inesistenti di una politica migratoria che, a distanza di anni, non ha ancora prodotto l’operatività promessa.

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