La proboscide di un elefante africano, lunga fino a due metri e composta da decine di migliaia di muscoli, è un organo di una potenza straordinaria, capace di sollevare carichi di centinaia di chilogrammi. Eppure, la stessa appendice è dotata di una sensibilità sorprendente, tanto da permettere all’animale di afferrare una singola nocciolina o persino una patatina senza frantumarla. Un recente studio ha finalmente svelato come sia possibile conciliare una forza così imponente con un tocco tanto delicato.
La risposta, secondo una ricerca pubblicata sulla rivista *Science* e condotta dal Max Planck Institute for Intelligent Systems, risiede nei circa mille peli sensoriali, simili a baffi, che ricoprono la superficie della proboscide. Questi peli non sono uniformi, ma presentano una caratteristica che li accomuna a quelli dei felini: sono rigidi alla base e diventano progressivamente più morbidi e flessibili verso la punta.
Questo gradiente di rigidità ha uno scopo funzionale cruciale. Permette ai baffi di piegarsi agilmente al contatto con un oggetto, evitando rotture o danneggiamenti. Una proprietà fondamentale, dato che, a differenza di altri peli, questi sensori specializzati non ricrescono una volta persi. Per comprendere a fondo la loro struttura, il team di ricerca li ha analizzati e ricostruiti digitalmente a una scala nanometrica, mappandone con precisione la forma, la durezza e la porosità.
L’analisi ha rivelato una morfologia inaspettata. I baffi degli elefanti sono attraversati da canali interni, una struttura che ricorda quella presente nelle corna delle capre. Questa particolarità li rende contemporaneamente leggeri e molto resistenti, ottimizzando la loro funzione senza appesantire l’organo.
L’aspetto più rivoluzionario di questa scoperta, però, riguarda il meccanismo di percezione. La variazione di flessibilità lungo il pelo consente all’elefante di determinare con esattezza a quale altezza della proboscide è avvenuto un contatto. In base a quanto il pelo si piega, il sistema nervoso dell’animale riceve un’informazione spaziale precisa, che gli permette di calibrare istantaneamente i movimenti. È questo feedback sensoriale a trasformare la proboscide in uno strumento di altissima precisione.
Oltre a risolvere un affascinante enigma del mondo animale, lo studio ha aperto nuove prospettive nel campo della robotica e dei sistemi intelligenti. I principi scoperti potrebbero ispirare lo sviluppo di una nuova generazione di sensori artificiali, capaci di imitare la combinazione di robustezza e sensibilità dei baffi dell’elefante, migliorando la capacità di interazione dei robot con ambienti complessi e oggetti delicati.



















