L’era delle dichiarazioni ambientali vaghe è destinata a finire. Per anni, le aziende hanno utilizzato termini come “green” o “sostenibile” senza l’obbligo di fornire dimostrazioni. A partire da settembre 2026, questa pratica non sarà più permessa in Italia e nel resto dell’Unione Europea.
Il governo italiano ha pubblicato il decreto legislativo che recepisce una direttiva comunitaria, aggiornando il Codice del Consumo con nuove regole contro il greenwashing. Sebbene le norme siano già in vigore, le imprese avranno tempo fino alla fine di settembre 2026 per adeguare la propria comunicazione e i prodotti.
La novità principale è che ogni asserzione ecologica dovrà essere specifica e supportata da evidenze verificabili. Espressioni generiche come “eco-friendly” saranno vietate se non accompagnate da informazioni dettagliate che ne giustifichino l’uso.
La normativa interviene anche sulla pratica della valorizzazione selettiva, con cui un’azienda evidenziava un singolo aspetto positivo, come il packaging riciclabile, ignorando l’impatto complessivo del ciclo di vita. Ora questo non basterà più per definirsi virtuosi.
Anche le promesse future saranno regolamentate. Dichiarare che un’azienda diventerà “a zero emissioni entro il 2030” sarà lecito solo se supportato da un piano d’azione pubblico, dettagliato e con obiettivi intermedi misurabili.
Un altro punto cruciale riguarda le etichette di sostenibilità. I marchi e i loghi ambientali potranno essere utilizzati solo se basati su sistemi di certificazione ufficiali o riconosciuti da enti terzi. Questo provvedimento mira a fermare la proliferazione di certificazioni auto-dichiarate che hanno generato confusione.
Forse la modifica più significativa è il divieto di definire un prodotto “carbon neutral” basandosi esclusivamente sull’acquisto di crediti di carbonio (carbon offset). Questa pratica consentiva alle aziende di apparire ecologiche compensando le emissioni, senza però ridurle alla fonte.
Le aziende che non rispetteranno le nuove disposizioni rischieranno sanzioni amministrative severe, fino a 5 milioni di euro o al 4% del fatturato annuo. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Antitrust) sarà l’organo preposto a vigilare e a sanzionare le pratiche scorrette.
Il greenwashing non è solo un danno d’immagine, ma una forma di concorrenza sleale. Penalizza le imprese che investono seriamente nella sostenibilità e rende difficile per i cittadini compiere scelte consapevoli. Queste misure mirano a creare un mercato più trasparente, dove il valore sia basato su azioni concrete e non solo sulla comunicazione.


















