Il Como rappresenta una delle favole del calcio europeo, avendo conquistato la qualificazione in Champions League con un gioco propositivo e un gruppo ricco di giovani talenti. Dietro questo successo si cela la filosofia di Cesc Fàbregas, un tecnico che affonda le sue radici in un calcio d’altri tempi, quello dei campetti di periferia e dei sogni coltivati con i poster di Guardiola in camera.
In una recente intervista, l’allenatore ha raccontato la sua ossessione per il pallone fin da bambino. “Giocavo davanti casa tirando contro il muro”, ha ricordato, descrivendo come bastasse il rumore di una palla per farlo scendere in cortile, preferendo un “menu da atleta” con pollo e insalata ai manicaretti della nonna pur di sentirsi un professionista.
Questa dedizione totale si scontra con alcune abitudini del calcio contemporaneo, che Fàbregas ha criticato duramente. L’allenatore ha infatti avviato una personale battaglia contro l’abuso del mondo digitale, ritenuto dannoso per la concentrazione e la crescita dei calciatori. “I social sono un’illusione, un mondo che non esiste”, ha affermato, sottolineando come la vita virtuale divori il tempo dei più giovani.
La sua politica è ferrea non solo in ambito professionale ma anche familiare. “Mia figlia ha 13 anni ed è l’unica della classe senza telefono. Fino a 16 anni niente Instagram o Twitter”, ha spiegato, motivando la scelta con il desiderio di proteggere la sua adolescenza. Questa regola si estende anche allo spogliatoio del Como, dove l’uso dei cellulari è vietato almeno durante il pranzo di squadra.
L’attenzione del tecnico si riflette anche sul terreno di gioco, con una critica diretta ai colleghi che usano i dispositivi a ridosso delle partite. “Non capisco quando i giocatori, anche miei ex compagni, usano il telefono durante il riscaldamento, a due minuti dall’inizio della partita”, ha dichiarato, evidenziando una perdita di focus che non tollera.
Parlando del suo Como, Fàbregas ha difeso il percorso che ha portato la squadra al quarto posto finale con 71 punti. Ha criticato la fretta che caratterizza il calcio italiano, un sistema che non concede tempo agli allenatori e non sa più aspettare i giovani. “A gennaio non abbiamo comprato nessuno. Se cambi dieci giocatori ogni sei mesi è impossibile costruire qualcosa”, ha sottolineato, portando la qualificazione in Champions come prova della validità del suo progetto.
Secondo l’allenatore spagnolo, il calcio attuale è diventato troppo veloce e programmato, lasciando poco spazio all’estro. “Questo finisce con l’imprimere un carattere robotico al gioco. Tutti difendono bene, ma pochi attaccano”, ha osservato. Per spiegare la sua visione, ha citato come modello virtuoso l’Arsenal di Arteta, un club che ha saputo dare fiducia al suo tecnico nonostante i risultati iniziali non fossero esaltanti. “Nelle prime stagioni è arrivato due volte ottavo, ma la società ha tenuto duro. Così sono tornati a lottare per la Premier e a essere protagonisti in Champions”.
Sul futuro di gioielli come Nico Paz, il tecnico non si è sbilanciato, limitandosi a dire che il giocatore è felice a Como. Infine, Fàbregas ha espresso il suo unico, grande rimpianto stagionale: l’assenza di calciatori italiani nel gruppo. “Mi dispiace molto. Quando eravamo in Serie B il 95% della squadra era composto da italiani e abbiamo vinto”, ha concluso. “Mi sento parte del calcio italiano e voglio dare una mano alla ripresa del movimento, a cominciare dal potenziamento del settore giovanile”.





