Rione Traiano, Ciro morto in carcere. La famiglia: “Vogliamo risposte sulla tragedia”

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Ciro Pettirosso
Ciro Pettirosso

NAPOLI – E’ passato più di un anno e mezzo da quel 7 febbraio 2025, ma per i genitori di Ciro Pettirosso il tempo sembra essersi fermato. Il figlio aveva 36 anni, era detenuto nel carcere di Bellizzi Irpino ed era affetto da diabete mellito di tipo 1. Quel giorno è morto all’interno della struttura penitenziaria. Da allora, la famiglia aspetta di conoscere fino in fondo cosa sia accaduto e, soprattutto, se qualcosa avrebbe potuto essere fatto per evitare quella morte. A indicare una possibile pista sono gli stessi risultati dell’autopsia. Secondo gli accertamenti medico-legali, Ciro sarebbe stato vittima di una “insufficienza cardio-respiratoria acuta e terminale”, determinata da uno scompenso glico-metabolico acuto con ipoglicemia severa, rivelatosi fatale in un soggetto affetto da diabete mellito di tipo 1 “cronicamente scompensato”. Parole che, per la famiglia, aprono interrogativi pesanti sulla gestione della sua patologia durante la detenzione. Il punto, oggi, non è soltanto stabilire quale sia stata la causa della morte. I genitori vogliono capire come sia stato curato Ciro nelle ore e nei giorni precedenti al decesso, quali terapie gli siano state somministrate, quali strumenti fossero concretamente a sua disposizione e se la gestione del diabete fosse adeguata alle necessità di un paziente affetto da una patologia che richiede un controllo costante. E’ su questo che la famiglia Pettirosso, assistita dagli avvocati Amedeo Di Pietro e Vittorio Guadalupi, chiede alla Procura di Avellino di fare piena luce. Un’attesa che, a oltre diciotto mesi dalla morte, pesa ancora di più proprio perché riguarda un uomo che si trovava sotto la custodia dello Stato.

Tra gli aspetti sui quali vengono sollevati interrogativi c’è anche quello relativo agli aghi utilizzati per la somministrazione dell’insulina. Secondo quanto denunciato dalla famiglia, nel carcere non ne sarebbe stato vietato l’utilizzo, ma la procedura necessaria per renderli disponibili al personale sanitario sarebbe stata particolarmente complessa e farraginosa. Un passaggio che, per i genitori di Ciro, deve essere verificato: bisogna capire se quella procedura abbia garantito concretamente al detenuto diabetico la disponibilità degli strumenti più appropriati e quali dispositivi siano stati effettivamente utilizzati per la terapia insulinica. Domande che diventano ancora più delicate alla luce dell’esito autoptico. Perché quando la morte è collegata a una grave alterazione dei livelli di glucosio in un paziente diabetico, ogni passaggio della gestione sanitaria assume un peso decisivo. La famiglia vuole sapere se il suo diabete fosse adeguatamente monitorato, se la terapia fosse correttamente somministrata e se siano stati riconosciuti e affrontati per tempo i segnali di un eventuale peggioramento. C’è poi un altro elemento finito sotto la lente: la presenza di Thc, il principale componente psicoattivo della cannabis, rilevata nel corpo di Ciro. Anche questo dato, secondo i familiari, non può rimanere senza spiegazioni. Se il detenuto aveva assunto marijuana, la domanda diventa inevitabile: come è arrivata la sostanza all’interno del carcere? E, soprattutto, può aver avuto un ruolo nel quadro clinico che ha preceduto la morte? Interrogativi diversi, ma legati dallo stesso punto: ricostruire con precisione cosa sia successo a Ciro Pettirosso prima che il suo cuore smettesse di battere.

Il caso è arrivato anche in Parlamento. Nel giugno del 2025 il ministro della Giustizia Carlo Nordio, rispondendo a un’interrogazione parlamentare, riferì che le cause del decesso erano ancora oggetto di accertamento. Da allora, però, per i genitori il nodo resta aperto. E il dolore della perdita si accompagna a quello di non avere ancora una ricostruzione definitiva. Non chiedono soltanto di conoscere una diagnosi. Chiedono di sapere se, durante la sua detenzione, Ciro abbia ricevuto tutto ciò di cui aveva bisogno per curare una malattia che conosceva e che richiedeva attenzioni continue. Vogliono sapere se le procedure, le terapie e i controlli abbiano funzionato oppure se ci siano state falle, ritardi o omissioni. Per questo chiedono alla Procura di Avellino di verificare ogni elemento: dalla gestione dell’insulina alla disponibilità dei dispositivi necessari, dal monitoraggio della glicemia fino alla presenza del Thc e alla provenienza della sostanza. Una ricostruzione che, per la famiglia, non può fermarsi alla causa biologica della morte. Perché Ciro aveva 36 anni ed era detenuto, ma soprattutto era un paziente affidato alle cure della struttura penitenziaria. E proprio da questo principio nasce la richiesta dei suoi genitori, fatta propria dai loro legali: “Se una persona muore quando è affidata alla custodia dello Stato, ogni dubbio deve essere chiarito fino in fondo”. A distanza di un anno e mezzo, quella domanda resta lì. E per la famiglia Pettirosso è ancora senza risposta.

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