Savicevic: ‘Senza il calcio sarei un tagliagole’

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Cronache sport calcio
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Dejan Savicevic, soprannominato “Il Genio”, ha compiuto 60 anni. L’ex fuoriclasse montenegrino vive a Podgorica, dove da vent’anni ricopre la carica di presidente della Federcalcio nazionale, un ruolo volontario che lo impegna ancora a tempo pieno. Nonostante gli incarichi istituzionali, i ricordi della sua carriera da calciatore restano vividi e carichi di aneddoti.

“Non ero un genio, solo un ottimo giocatore con più fantasia”, ha commentato riguardo al soprannome che gli ha dato la stampa italiana. Un appellativo che ha legato per sempre la sua figura a un momento iconico: la finale di Champions League del 1994 ad Atene. “La sera prima della partita il presidente Berlusconi mi ha detto: ‘Dejan, se sei un genio dimostralo’. Mi è andata bene”, ha ricordato Savicevic, autore in quella partita di uno straordinario pallonetto contro il Barcellona, definito da lui stesso “il gol più bello della mia vita”.

La sua storia ha avuto inizio in un contesto difficile. Cresciuto a Podgorica vicino alla stazione ferroviaria dove il padre lavorava, ha descritto la sua gioventù come quella di un “giovane bandito”. “Senza il calcio, avrei avuto un futuro da tagliagole”, ha confessato. Il pallone è stato la sua salvezza: ha imparato a palleggiare su un campo pieno di pietre e a 13 anni è entrato nell’OFK Titograd, per poi passare al Buducnost, il cui nome significa “Futuro”.

A soli 16 anni ha debuttato in prima divisione, affermandosi come un fantasista dai piedi magici, più propenso all’assist che al gol. Le sue prestazioni lo hanno portato in Nazionale e, nel 1988, al trasferimento alla Stella Rossa di Belgrado. Con il club serbo ha vissuto un periodo d’oro, culminato con la vittoria della Coppa dei Campioni nel 1991, un successo che lo ha consacrato come uno dei talenti più puri del calcio europeo.

Il suo arrivo al Milan nel 1992 è stato preceduto da trattative che avrebbero potuto portarlo alla Juventus. “Dovevo andare alla Juve, ma ho scelto l’Italia perché era il campionato più bello”, ha spiegato. L’inizio in rossonero non è stato semplice, a causa di qualche problema fisico e della forte concorrenza di campioni come Gullit, Van Basten e Papin. “Ho faticato per un anno e mezzo, ma in un’altra squadra non avrei vinto tanto. Devo molto al Milan e ai suoi splendidi tifosi”.

Tra i suoi idoli figuravano Maradona e Platini. Proprio con il francese ha vissuto un episodio curioso: dopo una partita, si è ritrovato a uscire dal campo con lui ma, non conoscendo la lingua, non ha avuto il coraggio di parlargli. Riguardo al Milan attuale, ha espresso un giudizio cauto: “È una squadra giovane, bisogna avere pazienza e accettare gli errori. La stagione è lunga”.

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