Un’amicizia nata sui social network, una trappola ordita con cinica premeditazione e tre ore di terrore inaudito in una cantina buia e isolata. È l’incubo vissuto da una ragazza di appena 18 anni nella notte tra il 2 e il 3 agosto scorsi, un’escalation di violenza che ha portato, alle prime luci dell’alba di oggi, all’arresto del suo presunto aguzzino. I carabinieri della stazione di Sant’Antonio Abate hanno stretto le manette ai polsi di R. R., un 26enne stabiese, dando esecuzione a una rigorosa ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il provvedimento, emesso dal Gip del tribunale di Torre Annunziata su richiesta della Procura oplontina, delinea un quadro accusatorio gravissimo: violenza sessuale, lesioni personali e sequestro di persona, tutti reati pluriaggravati.
L’indagine, coordinata dal procuratore Nunzio Fragliasso e condotta con meticolosità dai militari, ha preso le mosse dalla denuncia coraggiosa della giovane vittima. La sua testimonianza ha permesso di ricostruire, pezzo dopo pezzo, l’orrore di quella notte. Tutto era iniziato nel mondo virtuale. I due si erano conosciuti su Instagram, per poi spostare le loro conversazioni su WhatsApp. Lì, il 26enne aveva tessuto la sua tela, guadagnandosi la fiducia della ragazza con un racconto straziante: le aveva confidato di essere rimasto vittima di un grave incidente stradale in cui, tragicamente, aveva perso la vita suo fratello. Una storia toccante, ma fittizia, usata come esca per attirarla nel suo mondo.
Con l’inganno, l’ha convinta a incontrarlo e l’ha condotta in una cantina di sua pertinenza, in un condominio di Corso Alcide De Gasperi. Un locale descritto come buio e angusto, il teatro perfetto per il suo piano. Una volta dentro, la maschera è caduta. Il giovane ha sbarrato l’unica via di fuga con un pesante termosifone in ghisa, ha strappato il cellulare dalle mani della ragazza, isolandola completamente dal mondo esterno. Per oltre tre ore, la 18enne è rimasta sua prigioniera.
In quelle ore interminabili, come emerge dalle 20 pagine dell’ordinanza, si è consumata la violenza. Di fronte al fermo dissenso e alle suppliche della vittima, l’uomo avrebbe reagito con brutalità. Il procuratore Fragliasso, nella sua nota, parla di percosse, gravi minacce di morte e persino dell’utilizzo di travi di legno per immobilizzare la ragazza e piegare la sua resistenza. Un racconto dettagliato e agghiacciante, che la vittima ha fornito agli inquirenti, descrivendo persino i tatuaggi sul corpo del suo aggressore.
“Tu non vedi dove stai? Questo non è un posto dove portare le ragazze, io stasera ti uccido’. Queste le parole che il 26enne avrebbe pronunciato per terrorizzare la sua vittima, una ragazza di appena 18anni, e indurla a desistere da qualsiasi tentativo di ribellione. Poi, con una vionenza inaudita, l’avrebbe improvvisamente denudata, toccandole il seno e le parti intime. A quel punto l’avrebbe spinta a terra, prima costringendola a inginocchiarsi, poi a sdraiarsi.
Si sarebbe sdraiato sopra di lei, bloccandola con il proprio corpo posizionandosi, prima schiaffeggiandola, poi stringendole le mani al collo, costringendola a subire un rapporto orale, sebbene la vittima più volte esplicitamente abbia urlato frasi inequivocabili: “Non lo voglio fare, togliti, mi stai facendo male, spostati mi viene da rimettere”.
Successivamente, dopo aver interrotto per qualche minuto le sue pratiche vessatorie, stendendosi a terra di fianco alla ragazza, il 26enne le avrebbe nuovamente afferrato la testa per spingerla verso il proprio bassoventre, chiedendole di simulare i versi di un soffocamento. Poi si sarebbe messo a cavalcioni sopra di lei, bloccandola con delle travi di legno sul petto e infilandole le dita in bocca fino alla gola. Quindi, dopo essersi alzato e avere sferrato violenti calci alle braccia e alle gambe della giovane ancora distesa a terra, si sarebbe steso nuovamente al suo fianco. Afferrandole ancora la testa con violenza, l’avrebbe costretta a un nuovo rapporto orale completo, nonostante la giovane ragazza tentasse di respingerlo con le mani.
Al giovane viene contestato quindi l’uso di armi improprie (le travi di legno) e la particolare gravità delle modalità di commissione del reato, commesso di sera, in una cantina buia ed isolata, proprio approfittando di circostanze tali da ostacolare la possibilità, per la vittima, di reagire e per i familiari di lei e le forze dell’ordine di rintracciarla e intervenire.
Alla fine, dopo averla terrorizzata e abusata, il 26enne l’ha liberata, non prima di averle estorto la promessa di non raccontare a nessuno quanto accaduto. Ma la ragazza, nonostante lo shock, ha trovato la forza di rompere il silenzio e chiedere aiuto. La sua ricostruzione ha trovato solidi riscontri oggettivi: i referti dell’ospedale che certificavano le lesioni subite, i rilievi fotografici effettuati sulla scena del crimine e le testimonianze delle persone a cui la giovane si era confidata subito dopo i fatti. Il Gip, nel disporre l’arresto, ha sottolineato la “particolare pericolosità sociale” dell’indagato e il “concreto rischio di reiterazione” di reati simili. R. R. si trova ora in carcere, in attesa di rispondere delle pesantissime accuse che lo inchiodano a quella notte di violenza e terrore.








