Clan Angelino, 34 arresti. La mappa del potere: capi, organizzatori e uomini delle estorsioni

Sequestrati 3,2 milioni di euro nascosti nelle mura di un appartamento e orologi di lusso.

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Da sinistra in alto, in senso orario: Luciano Nico D’Angelo, Biagio D’Angelo, Arturo D’Angelo, Abdel Abdul Ham, Pietro D’Angelo e Domenico D’Antò
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CAIVANO – Un vertice. Due referenti sul territorio. Poi gli organizzatori, gli uomini incaricati delle estorsioni e quelli impiegati nel traffico di droga. È la struttura che emerge dall’inchiesta sul clan Angelino, il gruppo ritenuto dagli investigatori egemone a Caivano e attivo anche a Casoria e nei comuni limitrofi.

L’operazione è scattata alle prime luci dell’alba. I carabinieri del Nucleo investigativo di Castello di Cisterna e delle Sezioni operative delle Compagnie di Caivano e Casoria hanno eseguito una misura cautelare nei confronti di 34 persone.

Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Ventitré indagati sono stati condotti in carcere. Per altri undici sono stati disposti gli arresti domiciliari.

Le accuse della Dda

Le contestazioni riguardano, a vario titolo, associazione armata di tipo camorristico, associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione di droga ai fini di spaccio, detenzione e porto di armi, estorsione e altri delitti aggravati dal metodo mafioso o dalla finalità di agevolare gruppi camorristici.

Al centro dell’indagine ci sono soprattutto due grandi affari: la droga e le estorsioni. Due settori che, secondo la ricostruzione accusatoria, avrebbero garantito denaro, controllo del territorio e potere intimidatorio.

Il clan Angelino

Gli inquirenti, coordinati dal procuratore Nicola Gratteri, ritengono che l’associazione facesse capo ad Antonio Angelino, per il quale si sarebbe già proceduto separatamente. Il gruppo viene descritto come un’organizzazione camorristica armata, operativa principalmente a Caivano e in particolare nel rione Bronx. La sua influenza si sarebbe però estesa anche alle aree limitrofe e a Casoria.

Il clan avrebbe utilizzato la forza intimidatrice del vincolo associativo per condizionare commercianti, imprenditori e attività economiche. La minaccia non avrebbe avuto sempre bisogno di essere pronunciata apertamente. Sarebbe bastato il nome del gruppo e ciò che quel nome rappresentava sul territorio.

I referenti nel rione Bronx

Secondo l’impostazione della Dda, i principali referenti territoriali del clan sarebbero stati Raffaele Zambella e Roberto Alfio Maugeri. Entrambi vengono indicati come presunti capi e promotori dell’organizzazione attiva a Caivano e nel rione Bronx.

Zambella avrebbe impartito le direttive agli affiliati e stabilito le strategie criminali del gruppo. Avrebbe mantenuto questo ruolo anche durante un periodo di detenzione, intervenendo nelle decisioni relative al traffico di droga e alle estorsioni.

Maugeri avrebbe rappresentato il braccio operativo sul territorio. Secondo gli investigatori, avrebbe dato attuazione alle indicazioni di Zambella, mantenuto i rapporti con gli altri componenti e partecipato alle decisioni più delicate. Tra i suoi presunti compiti ci sarebbe stato anche il sostegno economico agli affiliati detenuti.

Gli organizzatori

Un gradino più sotto, ma sempre in una posizione ritenuta centrale, gli inquirenti collocano Giuseppe Tammaro e Mario Marzaiuolo. Sono indicati nel provvedimento come presunti organizzatori e uomini di fiducia dei referenti territoriali.

Avrebbero affiancato Zambella e Maugeri nella gestione degli affari del gruppo. In particolare, si sarebbero occupati del giro delle estorsioni ai danni di commercianti e imprenditori. Avrebbero inoltre curato i rapporti con gli altri presunti affiliati e partecipato alle decisioni relative alle eventuali azioni contro soggetti considerati vicini a gruppi camorristici rivali.

Gli uomini del clan

La struttura avrebbe potuto contare su un livello operativo formato da uomini incaricati di eseguire le direttive dei vertici.

Alcuni si sarebbero occupati della detenzione e dello spaccio di sostanze stupefacenti. Altri avrebbero portato le richieste estorsive agli imprenditori e riscosso il denaro. Gianfranco Bervicato, Amilcare Cervo, Gennaro Laurino, GianlucaNapoleone e Silverio Di Giorgio vengono indicati dall’accusa come presunti partecipi con compiti operativi nel settore della droga e delle estorsioni.

Alfonso Giordano, Angelo Tanzillo e Giuseppe Caiazzo avrebbero invece partecipato, secondo gli inquirenti, al “giro” delle richieste di denaro rivolte a imprenditori e commercianti. Sono tutte ricostruzioni accusatorie che dovranno essere verificate nel corso del procedimento.

Il sistema delle estorsioni

Il metodo sarebbe stato diretto: pagare oppure fermare i lavori. Secondo l’ordinanza, ad alcuni imprenditori sarebbe stata imposta la sospensione delle attività nei cantieri fino al versamento delle somme richieste. Il denaro avrebbe alimentato la cassa comune del sodalizio. Parte delle risorse sarebbe stata destinata anche al mantenimento degli affiliati detenuti.

In un episodio contestato, alcuni uomini si sarebbero presentati in un cantiere di Caivano. Uno degli operai sarebbe stato minacciato con una pistola e invitato a interrompere immediatamente i lavori.

Gli indagati sarebbero tornati nello stesso cantiere alcuni giorni dopo, intimando nuovamente agli operai di andare via. Il titolare avrebbe sospeso l’attività, ma la richiesta di denaro non sarebbe stata portata a compimento grazie alla denuncia della persona offesa.

Il controllo dell’economia

Per la Dda, le estorsioni non avrebbero avuto soltanto lo scopo di produrre guadagni. Sarebbero state anche uno strumento per manifestare il controllo del territorio e condizionare le attività economiche. Il gruppo avrebbe cercato di inserirsi direttamente o indirettamente nella gestione degli affari locali, imponendo la propria presenza a commercianti e imprenditori. Chi apriva un’attività o avviava un cantiere avrebbe dovuto fare i conti con il potere intimidatorio attribuito al clan.

La rete contro le forze dell’ordine

L’associazione avrebbe tentato anche di proteggere i propri componenti. Secondo gli investigatori, il clan avrebbe potuto contare su una rete di appoggi e connivenze finalizzata a prevenire gli interventi delle forze dell’ordine e a garantire l’impunità degli affiliati.

Un sistema di protezione che avrebbe permesso al gruppo di continuare a operare e di mantenere i collegamenti anche con gli uomini detenuti.

L’arsenale

L’inchiesta descrive un’organizzazione pesantemente armata. In un’abitazione di Casoria sarebbero state custodite numerose armi da fuoco: tre kalashnikov, quattro o cinque pistole e un mitra dotato di mirino di precisione. Un vero arsenale che, per la Procura, sarebbe stato nella disponibilità del gruppo e funzionale alle attività dell’associazione. Ad altri indagati viene contestata la presunta disponibilità di ulteriori pistole e di una mitraglietta. Anche queste accuse dovranno essere dimostrate nelle successive fasi del procedimento.

I 3,2 milioni nascosti nel muro

Uno degli elementi più clamorosi dell’operazione è il ritrovamento di circa 3 milioni e 200mila euro in contanti. Il denaro è stato sequestrato dai carabinieri in un appartamento di Caivano. Le banconote erano nascoste all’interno delle mura dell’abitazione. Sono stati trovati anche alcuni orologi di lusso. Gli investigatori dovranno adesso ricostruire la provenienza e la destinazione dell’enorme somma. Il sequestro rappresenta comunque uno dei risultati più significativi del blitz.

Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari. Le 34 persone raggiunte dalla misura cautelare e gli altri coinvolti nell’inchiesta a piede libero sono indagate e non possono essere considerate colpevoli sulla base dell’ordinanza eseguita dai carabinieri. Tutte le accuse, così come i ruoli e le condotte attribuite ai singoli, dovranno essere verificate nel contraddittorio tra accusa e difesa. Gli indagati devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza irrevocabile di condanna.

I soggetti ritratti nella foto

Nella foto, da sinistra in alto e procedendo in senso orario, sono ritratti Luciano Nico D’Angelo, Biagio D’Angelo, Arturo D’Angelo, Abdel Abdul Ham, Pietro D’Angelo e Domenico D’Antò, tutti coinvolti nell’inchiesta.

Secondo la ricostruzione accusatoria, Biagio e Pietro D’Angelo avrebbero ricoperto ruoli di vertice nella gestione della piazza di spaccio di via De Cesare a Caivano: il primo viene indicato come presunto capo, promotore, organizzatore e finanziatore, mentre al secondo viene attribuito un ruolo comprimario nella conduzione dell’attività.

Luciano Nico e Arturo D’Angelo e Domenico D’Antò sono invece indicati come presunti partecipanti con compiti operativi nella preparazione e nel confezionamento delle dosi, nella vendita dello stupefacente, nella riscossione degli incassi, nel rifornimento e nella sorveglianza della piazza. Per questi cinque indagati il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere.

La posizione di Abdel Abdul Ham è differente: la Procura ne aveva ipotizzato la partecipazione all’associazione, ma il gip ha ritenuto insufficienti gli elementi relativi a un suo inserimento stabile e ha rigettato la richiesta cautelare. Non figura, pertanto, tra le 34 persone raggiunte dalla misura. T

utte le contestazioni dovranno essere verificate nel corso del procedimento e gli indagati devono essere considerati innocenti fino a un’eventuale sentenza irrevocabile di condanna.

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