Parole dure, che pesano come macigni sulla storia recente del club. Gianni Rivera, leggenda assoluta e Pallone d’Oro rossonero, ha espresso con franchezza il suo pensiero sull’attuale gestione del Milan. Ospite del Milan Club ‘Diavoli Etruschi’ a Viterbo, lo storico numero 10 non ha usato mezzi termini per descrivere il suo allontanamento emotivo dalla squadra che ha guidato per anni.
La critica principale è rivolta direttamente alla proprietà americana, prima con il fondo Elliott e ora con RedBird di Gerry Cardinale. “Il Milan non lo seguo più come prima da quando sono arrivati gli americani”, ha dichiarato Rivera, sottolineando una preoccupazione sincera per le sorti della società. “Vedo che le cose non vanno come andavano una volta. Faccio fatica a seguirlo”. Un distacco che nasce da una sensazione di estraneità rispetto a un management percepito come lontano dalla cultura sportiva italiana.
L’ex capitano ha poi rivelato un episodio personale che ben riassume la sua amarezza. “Hanno festeggiato una data importante e si sono dimenticati di invitarmi, perché non conoscono il calcio”, ha affermato. Una frase che evidenzia una ferita profonda, legata al mancato riconoscimento del suo ruolo storico da parte di chi oggi guida il club. La sua critica non è solo tecnica, ma culturale, e lamenta una perdita di identità e di memoria storica.
Nel corso del suo intervento, il pensiero di Rivera è andato anche a due figure iconiche del calcio italiano. Ha ricordato con grande stima Franco Baresi, un altro capitano leggendario: “Quando è arrivato era un po’ più giovane di me, bravissimo nel suo ruolo di libero. È riuscito a diventare un punto fermo”.
Ha poi rivolto un pensiero all’amico e rivale di sempre, Sandro Mazzola, icona dell’Inter, testimoniando un legame andato oltre le sfide sul campo. “Sapevo da tempo che non stava bene, ma è stata un’amicizia andata avanti tanti anni”, ha confessato, mostrando il lato umano di un rapporto storico che ha segnato un’intera epoca del nostro calcio.
La conclusione del suo discorso è una riflessione amara sul presente e una speranza per il futuro, un richiamo a un mondo calcistico che non c’è più. “Finché non tornerà ai nostri modelli sarà sempre così”, ha chiosato. Un riferimento chiaro a un calcio guidato da presidenti-tifosi e da una passione meno legata alle logiche puramente finanziarie, un modello che, secondo Rivera, rappresenta l’unica via per ritrovare l’anima perduta.






