Francesco Totti è tornato a parlare del suo rapporto con la Roma, soffermandosi in particolare sul mancato ritorno in società sotto la proprietà americana. “I matrimoni si fanno sempre in due”, ha dichiarato l’ex capitano, paragonando la situazione a una relazione che può finire. “Ti sposi e ti lasci, è l’inizio e la fine come in tutte le cose”.
Totti ha voluto sottolineare la sua scelta di lasciare l’incarico da dirigente in passato, nonostante un contratto di tre anni. “Se devo restare in una società per non fare niente, mollo. Non sono uno che ruba i soldi”, ha affermato con decisione, chiarendo la sua posizione etica e professionale riguardo a un eventuale coinvolgimento.
Un altro tema caldo affrontato è stato quello della maglia numero 10 e della possibilità di assegnarla a Paulo Dybala. La bandiera giallorossa ha espresso un parere molto chiaro. “Non si dà una maglia numero 10 solo perché un giocatore fa bene cinque, sei o sette partite”, ha spiegato, evidenziando il peso e la storia di quella casacca.
Secondo l’ex fantasista, è necessario costruire un progetto a lungo termine. “Ho sempre detto che bisogna preparare un percorso che consenta a un giocatore importante di rimanere a lungo alla Roma. Non possono esistere i 10 di passaggio”. Ha poi concluso che la decisione finale spetta in ogni caso alla società.
L’ex numero 10 ha poi ripercorso alcuni momenti della sua carriera, ricordando il suo ruolo influente all’interno del club. “Ero un giocatore importante, il capitano. È normale che avessi un peso specifico diverso dagli altri, ma non facevo parte della tavola rotonda”. Ha smentito di aver avuto potere decisionale assoluto, come nel caso dell’addio dell’allenatore Carlos Bianchi. “Non l’ho mandato via io, ma il presidente Sensi”.
Ha parlato anche dei suoi allenatori, indicando in Carlo Mazzone e Zdeněk Zeman quelli che lo hanno compreso meglio. Ha ricordato i suoi metodi di allenamento, spiegando come spesso dovesse gestire il recupero a inizio settimana. “Il lunedì o il martedì facevo lavoro a parte per tutte le botte che avevo preso la domenica”.
Totti ha commentato la sua popolarità, che sembra essere addirittura aumentata da quando ha smesso di giocare. “Forse perché sono nato, cresciuto e morto con un’unica maglia”, ha riflettuto. “È la scelta che ho fatto, l’amore che ho dato”.
Infine, con un sorriso, ha confermato una sua precedente affermazione secondo cui nel periodo tra il 2001 e il 2008 si sentiva “imbarazzante” per il livello di gioco espresso. Riguardo ai paragoni, ha citato Roberto Mancini come un giocatore che gli è stato spesso accostato, pur sottolineando le differenze. “Anche lui faceva il trequartista, ma non segnava i miei stessi gol. A me, prima che Spalletti mi trasformasse in centravanti, piacevano più gli assist dei gol”.










