Inchiesta sul clan dei Casalesi, chiesti 67 anni di carcere

Dieci richieste di condanna nel processo su presunte estorsioni, armi e scommesse. Dieci anni per De Biase e Scuotto; chiesta l’assoluzione di Ivanhoe Schiavone

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Alcuni degli imputati trascinati a processo dall'indagine della Dda sul clan dei Casalesi
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Dieci richieste di condanna, per complessivi 67 anni e sei mesi di reclusione, e una richiesta di assoluzione per Ivanhoe Schiavone. Sono le conclusioni formulate dal pubblico ministero al termine della requisitoria nel processo scaturito dall’inchiesta della Dda di Napoli sulle presunte attività del clan dei Casalesi tra Trentola Ducenta, Aversa e i comuni limitrofi.

Le pene più alte invocate dall’accusa sono quelle per Gaetano De Biase e Antimo Scuotto: dieci anni di reclusione ciascuno Chiesti nove anni per Pietro Falcone e per l’ex collaboratore di giustizia Salvatore Orabona, otto anni per Arcangelo D’Alessio e sei anni e sei mesi per Giosuè Palmiero, collaboratore di giustizia. Per Oreste Diana e Romeo Pellegrino il pubblico ministero ha chiesto quattro anni e sei mesi ciascuno; tre anni per Alessandro Marino e altrettanti per Renata Marino.

Di segno diverso la conclusione per Ivanhoe Schiavone, figlio di Francesco “Sandokan” Schiavone, per il quale la pubblica accusa ha sollecitato l’assoluzione.

Il procedimento nasce dall’indagine condotta dai carabinieri di Caserta che il 22 ottobre 2019 portò all’arresto di 17 persone. Al centro di questo filone processuale figurano, a vario titolo, accuse di associazione mafiosa, estorsione, detenzione e porto di armi e trasferimento fraudolento di beni.

Tra gli episodi contestati a De Biase, Scuotto, Falcone e Orabona c’è quello ai danni del titolare di un bar pasticceria di Aversa. Secondo l’accusa, tra febbraio e giugno 2009 l’esercente sarebbe stato costretto a consegnare gratuitamente generi alimentari e bottiglie di spumante e champagne per un valore di circa 100 euro a settimana, attraverso intimidazioni riconducibili al clan.

D’Alessio e Orabona rispondono invece di una presunta estorsione ai danni di un meccanico, al quale sarebbero stati imposti tremila euro per il Natale del 2016. A Palmiero viene contestato un tentativo di estorsione nei confronti di un imprenditore impegnato nella costruzione di due villette a Trentola Ducenta: la richiesta di denaro, secondo il capo d’imputazione, non sarebbe andata a buon fine per il rifiuto della vittima.

Orabona deve rispondere anche dell’accusa di associazione mafiosa e di contestazioni relative a un arsenale comprendente cinque kalashnikov, tre pistole semiautomatiche e numerose munizioni, oltre che di ulteriori episodi estorsivi ai danni di imprenditori edili.

Un altro capitolo riguarda l’agenzia di scommesse di Trentola Ducenta, attiva con il marchio Euro Bet e poi, dal novembre 2016, Gold Bet. Secondo l’impostazione accusatoria, la titolarità dell’attività sarebbe stata attribuita fittiziamente ai Marino per eludere le disposizioni sulle misure di prevenzione patrimoniali. Il capo d’imputazione coinvolge, tra gli imputati per i quali sono state formulate le conclusioni, Schiavone, Diana, Pellegrino, Alessandro Marino e Renata Marino, con la contestazione dell’aggravante mafiosa riferita all’agevolazione del gruppo Venosa del clan dei Casalesi. Proprio per Schiavone, tuttavia, il pubblico ministero ha concluso chiedendo l’assoluzione.

Nel collegio difensivo gli avvocati Bartolomeo Mariniello, Luigi Monaco, Gaetano Laiso, Mario Griffo, Vincenzo Motti, Pasquale Diana, Paolo Caterino e Gabriele Piatto

Le conclusioni del pubblico ministero rappresentano le richieste dell’accusa: spetterà al tribunale pronunciarsi sulle responsabilità degli imputati e sulle eventuali pene.

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