CASERTA – La Madonna col Bambino e san Giovannino, meglio nota come Madonna del Cardellino, può sembrare l’ennesimo Da Vinci girando gli Uffizi. E invece no: è di Raffaello Sanzio, che da Leonardo ha rubato molto in termini di composizione dell’immagine e di dolcezza dei lineamenti. Picasso, iconico nello stile, ha preso a mani basse (e dichiarato apertamente di ritenerlo l’unico maestro) da Cézanne. Si dice di Bach che camminasse chilometri per andare ad ascoltare Dieterich Buxtehude, e chi mastica questa musica può confermarlo nelle sue opere. Ancora: Canova non si ispirava forse al Bernini? E Bernini non si ispirava forse a Buonarroti? Charlie Parker ha fatto il jazz e anche Miles Davis ha fatto il jazz, ma tra “Now’s the Time” di Bird e “Donna Lee” di Miles il passo è davvero, davvero breve. Quentin Tarantino invece, vi diranno i cinefili, ha un debito nei confronti di Godard e Sergio Leone abbastanza evidente.
Questo per dire che la storia dell’arte è piena di omaggi, ispirazioni, quasi “furti” di creatività altrui. Il manga giapponese non è avulso da tali logiche: si pensi a Toriyama (Dragon Ball) che può essere considerato il senpai di un paio di mangaka come Kishimoto (Naruto) e Oda (One Piece). La dinamica è quella del senpai / kouhai (maestro / discepolo), dove l’allievo rispetta profondamente chi l’ha ispirato, ma cerca anche di superarlo o reinventarlo. Sapete già dove vogliamo andare a parare: è inutile quindi indignarci per quanto sta accadendo col trend che spopola sui social con l’AI usata per creare immagini in stile studio Ghibli? No, non è inutile. E sebbene siano parecchi gli osservatori – anche illustri – che vi faranno premesse lunghe e articolate come quella di cui sopra, ci sono delle piccole differenze che così piccole non sono da tenere in conto.
In primis, il medium. In questo caso non si tratta di cambiare lo strumento con cui si opera per realizzare l’opera. In questo caso esiste un factotum che si occupa di tutto al posto dell’artista o presunto tale. Non parliamo di ispirazione ma di una sorta di GDO della creatività accessibile a tutti, dove l’autorialità si appiattisce, l’intuizione si automatizza e il gesto artistico, quello vero, rischia di essere ridotto a prompt e preset. Una cosa è camminare chilometri per ascoltare Buxtehude e lasciarsi cambiare dalla musica; un’altra è schiacciare un bottone e ottenere un’immagine “alla Ghibli” senza mai aver preso in mano una matita, senza aver studiato, fallito, riscritto. La differenza non è solo romantica: è strutturale.
Ok, mi si potrebbe obiettare che non stiamo plagiando il “mio amico Totoro” ma al più parliamo di un trend simpatico che non cambia la vita a nessuno (non entriamo nel merito della sostenibilità ambientale e il consumo energetico di tale utilizzo dell’AI che altrimenti non ne usciamo più). Detto che non esiste al momento una “reale violazione di copyright” nel 99 percento del mondo perché – per dirla in soldoni – si può violare il diritto sull’opera e non sullo stile della stessa, la questione è tutt’altro che risolta.
I modelli di intelligenza artificiale generativa (tipo Midjourney, DALL·E, Stable Diffusion, lo stesso Chat GPT eccetera) vengono “allenati” su milioni di immagini. Moltissime di queste sono prese dal web, spesso senza il consenso degli autori o dei detentori dei diritti. Quindi è assolutamente legittimo farsi la domanda: “Se l’IA ha imparato guardando immagini di Studio Ghibli, magari scaricate da ArtStation, Pinterest o da blog, allora non sta forse violando il copyright già nel processo di apprendimento?”. E la risposta, oggi, è: non lo sappiamo con certezza, ma il dubbio è più che fondato.
Quello che è certo è che il legislatore in praticamente tutto il mondo è in ritardo e la colpa è sicuramente della velocità e dell’impeto con cui l’onda dell’AI ha travolto il mondo. Ma derubricare, come fanno molti fan dell’intelligenza artificiale sempre ovunque e dovunque, come fenomeno di poco conto, che “in fondo si è sempre fatto così”, è del tutto fuori luogo. Innazitutto perché viviamo in un’altra epoca rispetto a Miles, a Picasso e a Raffaello. Ma non solo.
Volerci vedere per forza un’evoluzione naturale della creatività umana è una scorciatoia che rimuove volutamente la fatica, il contesto e soprattutto la responsabilità. Se è vero che ogni artista ha sempre guardato ai maestri prima di lui, è altrettanto vero che li ha guardati con le mani sporche di lavoro, gli occhi pieni di studio, e la testa immersa nella propria epoca. L’intelligenza artificiale, oggi, non guarda: scansiona. E nel farlo, rischia di annacquare quel gesto irripetibile che è l’arte, riducendolo a un filtro applicabile su richiesta.
La domanda, allora, non è se l’AI può farlo. Ma se vogliamo che lo faccia. del vile danaro per risarcimento.
Enrico Parolisi, esperto di comunicazione digitale