Alimenti vegetali: l’UE vieta i nomi della carne

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Transizione alimentare
Transizione alimentare

Il Consiglio e il Parlamento Europeo hanno raggiunto un accordo provvisorio per vietare l’uso di termini legati alla macelleria, come “bistecca” o “filetto”, per i prodotti a base vegetale. La decisione, parte della riforma dell’Organizzazione Comune di Mercato, è stata presa con l’obiettivo dichiarato di tutelare il patrimonio zootecnico e prevenire una presunta confusione nei consumatori.

Questa misura contrasta però con i sondaggi, i quali indicano che i cittadini europei usano proprio tali denominazioni per orientarsi verso scelte più sostenibili. Paradossalmente, il provvedimento è stato approvato lo stesso giorno in cui l’Unione Europea ha ufficializzato il suo obiettivo climatico di ridurre le emissioni nette del 90% entro il 2040.

Associazioni ambientaliste e il Good Food Institute hanno denunciato la norma come un ostacolo ingiustificato alla transizione alimentare. Il settore della “carne vegetale”, considerato cruciale per abbattere l’impronta di carbonio del sistema cibo, si troverà ad affrontare costi di rebranding e nuove barriere burocratiche in un momento in cui l’urgenza climatica richiederebbe il massimo sostegno all’innovazione.

La stretta sulle denominazioni è netta e colpirà tutti i termini che richiamano direttamente l’animale o tagli anatomici specifici, come “bistecca”, “filetto”, “salame”, “costata” e “cotoletta”. La restrizione è stata estesa in via preventiva anche alla carne coltivata, sebbene non sia ancora disponibile sul mercato europeo.

La trattativa politica ha comunque portato a un compromesso. Rimarranno consentiti i nomi che descrivono la forma o la preparazione del prodotto, piuttosto che la sua origine animale. I consumatori potranno quindi continuare a trovare sugli scaffali prodotti etichettati come “burger”, “salsiccia”, “polpetta”, “scaloppina” e “macinato”.

Una volta che l’accordo sarà formalizzato dal voto in plenaria, le aziende del settore avranno a disposizione un periodo di transizione di tre anni per smaltire le scorte di prodotti con le vecchie etichette e adeguare il packaging alle nuove regole.

Al di là della questione nominale, la critica più aspra mossa alle istituzioni europee riguarda il sostegno finanziario. Un rapporto di Foodrise ha rivelato che nel 2020 la Politica Agricola Comune (PAC) ha destinato ben 39 miliardi di euro, pari al 77% dei sussidi totali, alla produzione di alimenti di origine animale ad alte emissioni.

Il divario con le alternative sostenibili è enorme: alla produzione di frutta e verdura sono andati 8 miliardi di euro, mentre le proteine vegetali come i legumi hanno ricevuto solo 140 milioni di euro.

Jasmijn de Boo, direttrice di ProVeg, ha sottolineato come la produzione di carne sia responsabile di oltre l’80% delle emissioni alimentari dell’UE. La decisione di ostacolare il marketing dei prodotti vegetali mentre si continuano a sovvenzionare massicciamente gli allevamenti intensivi rappresenta una profonda contraddizione sistemica, che rischia di rallentare la necessaria transizione verso un sistema alimentare più rispettoso del pianeta.

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