Il superamento della soglia critica di 1,5 °C appare una prospettiva sempre più concreta, spingendo le istituzioni a ipotizzare scenari di riscaldamento globale fino a +3 °C entro fine secolo. In questo contesto, il Comitato scientifico consultivo europeo sul cambiamento climatico (ESABCC) ha presentato nel febbraio 2026 un rapporto urgente per l’Unione Europea, evidenziando come le attuali strategie di adattamento siano insufficienti a proteggere cittadini e infrastrutture.
Il documento ha sottolineato la necessità di una mobilitazione politica ed economica immediata per fronteggiare minacce che non riguardano solo l’ambiente, ma la tenuta stessa dei bilanci pubblici e della sicurezza continentale. Mentre gli impegni globali faticano a tradursi in azioni, l’Europa si ritrova costretta a gestire un incremento termico doppio rispetto alla media mondiale e perdite economiche che hanno già raggiunto livelli record.
L’accelerazione del riscaldamento ha già prodotto effetti devastanti, come dimostrano le 24.000 morti premature causate dal caldo estremo nella sola estate del 2025. I danni economici alle infrastrutture hanno raggiunto i 45 miliardi di euro all’anno, un valore quintuplicato rispetto agli anni ’80. Secondo gli esperti, l’UE deve prepararsi congiuntamente a una traiettoria di riscaldamento compresa tra 2,8 °C e 3,3 °C entro il 2100.
Il passaggio da un surriscaldamento di 1,5 °C a uno di 3 °C non rappresenta una variazione lineare, ma un salto verso condizioni invivibili per centinaia di milioni di persone. Un simile aumento esporrebbe circa 600 milioni di individui a inondazioni costiere persistenti. In questo scenario, la produzione alimentare globale rischierebbe un dimezzamento, mentre gli habitat naturali subirebbero perdite irreversibili.
L’impatto sulle aree urbane, dove entro il 2050 vivranno i due terzi della popolazione mondiale, sarà estremo. L’innalzamento delle temperature innescherà un’esplosione della domanda energetica per il condizionamento dell’aria. Con un surriscaldamento di 3 gradi, il numero di persone che necessiteranno di un raddoppio della fornitura per il raffrescamento passerà da 8,7 a 195 milioni.
Questo scenario accentuerà le disuguaglianze sociali. Attualmente, solo l’8% dei 2,8 miliardi di abitanti delle zone più calde e povere del pianeta possiede un impianto di aria condizionata. Senza investimenti pubblici in soluzioni di raffrescamento passivo e architettura resiliente, si creerà una divisione invalicabile tra chi potrà permettersi la sopravvivenza e chi ne resterà escluso.
Un sondaggio condotto su centinaia di esperti dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici) ha rivelato un profondo senso di rassegnazione. L’ostacolo principale non è la mancanza di tecnologia, ma l’assenza di volontà politica (indicata dal 75% degli intervistati) e il peso degli interessi legati ai combustibili fossili (60%).
Nonostante il pessimismo, la comunità scientifica ribadisce che la resa non è un’opzione. Ogni decimo di grado risparmiato significa sottrarre circa 140 milioni di persone a condizioni di caldo estremo. Se l’obiettivo di 1,5 °C appare lontano, la lotta per stabilizzare le temperature vicino ai 2 °C resta una prerogativa morale e politica.



















