Si è conclusa con successo la prima fase di un ambizioso piano di riforestazione nel cuore del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano. L’operazione ha portato alla messa a dimora di oltre 20.000 giovani faggi in aree strategiche, precedentemente colpite da fenomeni di degrado ambientale e disboscamento.
L’iniziativa è nata come risposta diretta agli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico sulla montagna. Negli ultimi anni, l’aumento di eventi meteorologici estremi, come piogge torrenziali e lunghi periodi di siccità, ha aggravato il dissesto idrogeologico, aumentando il rischio di frane e smottamenti che minacciano le comunità a valle. La perdita di copertura boschiva ha reso i versanti più vulnerabili all’erosione.
Il progetto, coordinato dall’Ente Parco in collaborazione con il Corpo Forestale e diverse università, ha visto la partecipazione attiva di più di cinquemila volontari. Cittadini, studenti e associazioni locali si sono mobilitati per diverse settimane, lavorando fianco a fianco con agronomi e biologi per piantare correttamente le giovani piante. La scelta è ricaduta sul faggio comune (Fagus sylvatica), una specie autoctona perfettamente adattata al clima e al suolo dell’Appennino, capace di creare un fitto reticolo di radici che stabilizza il terreno.
L’intervento è stato reso possibile grazie a un finanziamento del programma europeo ‘Life’, dedicato alla tutela ambientale e all’azione per il clima. I fondi hanno coperto non solo l’acquisto delle piantine da vivai certificati, che garantiscono la provenienza genetica locale, ma anche le attività di preparazione del terreno e la formazione dei volontari. Questa sinergia tra istituzioni europee, enti locali e cittadinanza attiva si è rivelata un modello virtuoso di gestione del territorio.
I benefici attesi sono molteplici e andranno ben oltre la semplice prevenzione delle frane. Le nuove foreste contribuiranno a migliorare la qualità dell’aria e a stoccare anidride carbonica, mitigando l’effetto serra. Inoltre, diventeranno un habitat ideale per la fauna selvatica, favorendo il ritorno e la proliferazione di specie come il lupo appenninico, il picchio e diversi rapaci. Un ecosistema più sano e resiliente è anche una risorsa per un turismo più consapevole e sostenibile.
Il lavoro non finisce qui. I responsabili del progetto hanno annunciato che nei prossimi cinque anni verrà avviata una fase di monitoraggio costante per verificare il tasso di attecchimento degli arbusti e la salute del nuovo bosco. Sono già in fase di studio ulteriori interventi in altre zone vulnerabili del parco, con l’obiettivo di ricostituire un corridoio ecologico continuo lungo il crinale appenninico, fondamentale per la conservazione della biodiversità.


















