La vicenda di Dik, un cane meticcio, ha avuto inizio tra le montagne dell’Irpinia e si è conclusa con un’adozione che gli ha garantito una seconda possibilità. L’animale è stato trovato mentre vagava da solo nella zona di Lauro, in provincia di Avellino, e prontamente soccorso dai volontari della sezione locale dell’Enpa. Una volta messo in sicurezza, è stato trasferito in un canile per i controlli di rito.
È stato proprio durante queste verifiche che è emersa una scoperta inaspettata: il cane era dotato di microchip. La sorpresa è stata duplice, poiché il dispositivo risultava registrato in un’altra regione, la Toscana. I volontari hanno quindi rintracciato il proprietario legale, il quale non ha saputo fornire spiegazioni plausibili su come l’animale avesse potuto percorrere centinaia di chilometri per ritrovarsi in Campania.
A rendere la situazione ancora più sospetta, non è mai stata presentata alcuna denuncia di smarrimento. Di fronte a un quadro così anomalo, che faceva presupporre un caso di abbandono, l’Azienda Sanitaria Locale ha deciso di non restituire l’animale al proprietario originario. Ha invece affidato formalmente Dik alle cure dell’Enpa di Avellino, avviando un percorso di affido temporaneo.
Durante questo periodo, il cane è stato seguito attentamente: ha ricevuto visite veterinarie, cure e la necessaria sterilizzazione. “Era evidente che Dik meritasse una seconda occasione, un futuro diverso da quello che il suo passato lasciava presagire”, hanno spiegato i volontari. Grazie a un’efficace rete di solidarietà, è iniziata la ricerca di una sistemazione definitiva.
L’impegno ha dato i suoi frutti. Dopo alcune settimane, si è fatta avanti una famiglia che ha deciso di offrirgli la stabilità e l’affetto di cui aveva bisogno. Il percorso di adozione si è concluso con successo e ora il cane vive in un ambiente sereno e amorevole, lasciandosi alle spalle un passato di incertezze.
Questa storia rappresenta un esempio concreto di come la sinergia tra enti, come Enpa e ASL, e l’impegno dei cittadini possano trasformare il destino di un essere vivente. Un lieto fine che sottolinea l’importanza del microchip come strumento di tracciabilità e della capacità di una comunità di offrire una nuova vita a chi è stato lasciato indietro.




















