L’esercito statunitense ha annunciato un piano per bloccare il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti dell’Iran. L’operazione mira a impedire a quasi due milioni di barili di petrolio iraniano di raggiungere i mercati mondiali, sollevando interrogativi sulle sue implicazioni per il settore energetico globale.
La decisione è seguita al fallimento dei negoziati tra Stati Uniti e Iran. Il Comando Centrale delle Forze Armate Statunitensi (CENTCOM) ha specificato che il blocco si applicherà solo alle navi provenienti dall’Iran o dirette verso il Paese, interessando tutti i porti iraniani sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman. Non sono state fornite ulteriori informazioni, ma è stato assicurato che non si intende impedire la libertà di navigazione alle imbarcazioni in transito da e verso porti non iraniani.
In risposta, le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno avvertito che qualsiasi avvicinamento di unità militari allo stretto sarà considerato un atto ostile. Teheran ha minacciato di aprire il fuoco sulle navi nel Golfo o di attaccare le infrastrutture degli stati che ospitano forze statunitensi, utilizzando il controllo dello stretto come leva politica.
L’obiettivo della Casa Bianca è distruggere il modello di business iraniano, tagliando una fonte significativa di petrolio dai mercati. Secondo i dati Kpler, a marzo 2026 l’Iran ha esportato 1,84 milioni di barili al giorno (bpd), con oltre 180 milioni di barili stoccati in mare. Un blocco statunitense impedirebbe a queste navi di transitare, paralizzando di fatto l’export energetico del Paese.
Questo approccio segna un cambiamento di strategia. In precedenza, nonostante le tensioni, i funzionari americani avevano consentito il passaggio del greggio iraniano per limitare la pressione sui prezzi dell’energia a livello mondiale, arrivando a sospendere temporaneamente le sanzioni.
Secondo diversi analisti, è improbabile che le forze armate USA colpiscano direttamente le petroliere, poiché si rischierebbe un disastro ambientale di proporzioni incalcolabili. L’opzione più probabile è che la Marina statunitense tenti di costringere le imbarcazioni a cambiare rotta tramite minacce verbali e manovre di intimidazione.
Se questa tattica non dovesse funzionare, potrebbero essere inviate squadre d’abbordaggio armate per prendere il controllo fisico delle navi. Dana Stroul, ex alto funzionario del Pentagono, ha sottolineato come la missione sia difficile da portare a termine senza un forte supporto alleato e insostenibile nel lungo periodo.
Normalmente, quasi 150 imbarcazioni transitano ogni giorno attraverso lo Stretto di Hormuz. A causa del conflitto, tuttavia, il traffico si è ridotto drasticamente, con poco più di 150 passaggi registrati durante l’intero mese di marzo. Si ipotizza che le navi transitate abbiano pagato un pedaggio alle autorità iraniane. Al 7 aprile, quasi 187 navi cisterna cariche, contenenti 172 milioni di barili di petrolio, si trovavano già all’interno del Golfo, in attesa di sviluppi.


















