Carceri, torture a un detenuto: domiciliari per 3 agenti a Bari

Prima gli hanno salvato la vita e poi lo avrebbero barbaramente torturato per "perseguire una propria forma di soddisfazione".

Foto LaPresse - Vince Paolo Gerace 15/10 /2018 - Milano (MI) Cronaca Viaggio Carcere San Vittore Nella foto Polizia carceraria nel Carcere di San Vittore in occasione del viaggio delle carceri italiane

Prima gli hanno salvato la vita e poi lo avrebbero barbaramente torturato per “perseguire una propria forma di soddisfazione”. Sono accuse pesantissime di tortura quelle che hanno portato ai domiciliari tre agenti della polizia penitenziaria di Bari in servizio presso il carcere. L’ordinanza del Gip è stata eseguita all’alba dai carabinieri in forza alla Procura del capoluogo pugliese. In totale 15 indagati, 9 gli arresti di cui 6 assistenti del Corpo di polizia penitenziaria sospesi temporaneamente e che dovranno rispondere di concorso in tortura.

Il 27 aprile 2022 un detenuto psichiatrico di 41 anni sarebbe stato pestato per 4 minuti consecutivi con calci e pugni a schiena, volto, fianchi, testa, scarpe premute sul viso. Bloccato a terra sul pavimento a 7 metri dalla porta dell’infermeria del penitenziario mentre il personale sanitario assisteva in silenzio alla scena. Il movente? L’uomo “affetto da patologia psichiatrica poco prima aveva appiccato il fuoco al materasso della cella di detenzione”.

Dalla visione delle telecamere di sorveglianza, gli agenti si sarebbero macchiati di “violenze gravi e agendo con crudeltà” con “modalità attuative del delitto indicative della volontaria e perseguita inflizione di un carico di sofferenze certamente esuberante rispetto a quanto necessario per provocare al detenuto conseguenze fisiche e evidentemente teso a perseguire una propria forma di soddisfazione”. Le conseguenze sul 41enne seguito dal Dipartimento salute mentale sono ferite ed ematomi sul corpo e altre cicatrici invisibili. Un “verificabile trauma psichico”, che è “percepibile dalle riprese video immortalanti il detenuto assumere la posizione fetale in un disperato ma inutile tentativo di difendersi dai colpi ricevuti”.

Ci arriverà – alla fine – in infermeria, dal cui uscio i sanitari assistono al pestaggio senza intervenire. Ci arriverà trascinato per le braccia al suolo. La vittima denuncerà i fatti il 5 di maggio. Il 12 del mese viene ricoverato al Policlinico di Bari per aver ingerito delle pile. Sono già partite le indagini interne e qualche elemento in più emerge dalle cartelle cliniche. Sono però le parole, trasmesse agli inquirenti, del Direttore e del Comandante di Polizia penitenziaria della Casa circondariale ad accendere un faro sulla vicenda.

Guardano le telecamere e scrivono di proprio pugno: “Appare chiaro che i poliziotti elencati negli atti e verbali prodotti, con i necessari distinguo tra le singole posizioni condotte, abbiano commesso atti di evidente rilievo penale che rilevano chiaramente la mancanza del senso dell’onore e morale degli attori oltre che di deontologia professionale”.

Nelle maglie della denuncia però un grido di allarme sull’irrisolto tema della salute mentale dietro le sbarre. I sindacati di polizia penitenziaria chiedono che non sia messa in atto la gogna mediatica verso i colleghi. L’uomo vittima di “trattamenti inumani e degradanti” non dovrebbe stare in carcere come dimostrano i suoi i gesti del dare la cella alle fiamme con sé all’interno e l’ingerire le pile. Ultime due azioni di una lunga schiera che gli sono costate ripetuti e continui “precedenti disciplinari e penali per condotte violente”.

Di Francesco Floris

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