La crisi idrica è diventata un’emergenza strutturale a livello globale. In occasione della Giornata Mondiale del 22 marzo, i dati delle Nazioni Unite hanno previsto che entro il 2030 la domanda di acqua potrebbe superare del 40% le risorse disponibili. L’Atlante dell’Acqua 2026, pubblicato da Legambiente, ha fornito un’analisi dettagliata di questa situazione critica.
L’Italia si colloca tra i primi Paesi europei per prelievi di acqua a uso potabile, con 9,1 miliardi di metri cubi nel 2022, ma è anche tra i peggiori per efficienza della rete. Le perdite totali in distribuzione hanno raggiunto il 42,4% dell’acqua immessa, un volume di 3,4 miliardi di metri cubi l’anno che basterebbe a soddisfare per un anno le esigenze di oltre 43 milioni di persone. Il divario territoriale è netto, con picchi di dispersione che nel Mezzogiorno superano il 60%.
Alla crisi quantitativa si somma quella qualitativa. In Europa, solo il 37% delle acque superficiali ha raggiunto uno stato ecologico buono. Il nostro Paese è gravato da tre procedure d’infrazione europee per la mancata depurazione delle acque reflue, che inquinano il 25% dei fiumi e il 22% dei laghi. A questo si aggiunge l’inquinamento chimico, come nel caso del Veneto, dove circa 350.000 persone sono state esposte per decenni a contaminazione da PFAS.
Il bacino del fiume Po, che sostiene 16 milioni di persone e il 75% del fabbisogno irriguo nazionale, è un paradigma della sofferenza idrica. La drastica riduzione dei ghiacciai alpini, che hanno perso il 39% della loro massa dal 2000, ha diminuito la portata del fiume, con conseguenze dirette sulla produzione idroelettrica, crollata nel 2022.
Anche l’industria ha una pesante impronta idrica. La produzione di energia è tra i settori più assetati: una centrale a carbone da 500 MW consuma l’equivalente di una piscina olimpionica ogni tre minuti. Pure il settore digitale ha un impatto notevole: per addestrare il modello di intelligenza artificiale GPT-3 sono stati utilizzati 700.000 litri di acqua. Si stima che entro il 2027 il consumo idrico dell’AI globale possa eguagliare sei volte quello dell’intera Danimarca.
L’estrazione di materie prime critiche aggrava ulteriormente la situazione. La produzione di litio e rame, fondamentale per la transizione energetica, è concentrata in aree già esposte a stress idrico. Nel deserto di Atacama, in Cile, le attività minerarie hanno già consumato il 65% delle risorse d’acqua disponibili.
Sebbene le strategie per affrontare il problema esistano, come l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 6 dell’ONU e la Strategia europea per la resilienza idrica, l’attuazione procede a rilento. Le soluzioni includono la riduzione dei consumi industriali, il riutilizzo delle acque reflue trattate e l’adozione di soluzioni basate sulla natura. Tuttavia, la crisi si aggrava a una velocità superiore a quella delle risposte politiche.


















