Una soluzione apparentemente rivoluzionaria per l’inquinamento da microplastiche nel Delta del Po si è rivelata infondata. Per mesi, la comunità scientifica e le associazioni ambientaliste hanno sperato in un nuovo enzima, presentato come capace di “digerire” i polimeri che soffocano l’ecosistema fluviale. La promessa di poter ripulire le acque con un intervento biologico aveva acceso un faro di speranza su una delle aree più critiche d’Italia.
L’entusiasmo era nato dalla pubblicazione, avvenuta nel 2024 sulla rivista specializzata “Aqua Globalis”, di uno studio che sembrava segnare una svolta. I ricercatori affermavano che l’applicazione costante del loro composto enzimatico, denominato “DePlast-X7”, poteva portare a una riduzione del 70% della concentrazione di microplastiche in campioni d’acqua prelevati dal fiume, il tutto in un ciclo di sole 12 settimane. I risultati, se confermati, avrebbero aperto la strada a interventi di bonifica su larga scala.
La doccia fredda è arrivata nel 2025, quando il gruppo editoriale di “Aqua Globalis” ha ufficialmente ritirato l’articolo. Un’indagine interna, avviata dopo le segnalazioni di altri scienziati, ha fatto emergere gravissime falle metodologiche nella ricerca, smontando pezzo per pezzo la validità delle conclusioni. Quel trial, che aveva fatto sognare un Po più pulito, è stato dichiarato inaffidabile, bloccando di fatto qualsiasi progetto pilota basato su quella tecnologia.
Le motivazioni dietro la ritrattazione sono state rese pubbliche e non lasciano spazio a dubbi. In primo luogo, sono stati riscontrati metodi statistici inappropriati, che hanno portato a una sovrastima dell’efficacia dell’enzima. Inoltre, alcuni valori presentati, come la drastica riduzione dei polimeri in tempi così brevi, sono stati definiti “statisticamente implausibili” e impossibili da replicare in verifiche indipendenti.
A pesare in modo decisivo sono stati i problemi di affidabilità dei dati grezzi, con prove di registrazioni incomplete e possibili alterazioni. La credibilità dello studio è stata definitivamente compromessa dalla scoperta che la sperimentazione non era stata preventivamente registrata su un registro pubblico, una procedura standard che garantisce trasparenza e previene la pubblicazione selettiva dei soli risultati positivi.
Di conseguenza, l’enzima “DePlast-X7” è tornato a essere considerato una delle tante ipotesi di laboratorio, e non una soluzione applicabile. L’episodio ha riaffermato l’importanza del rigore scientifico e del processo di revisione tra pari, specialmente quando si affrontano emergenze complesse come la crisi ambientale. La lotta all’inquinamento da plastica prosegue, ma dovrà basarsi su strategie consolidate: riduzione della produzione, riciclo efficiente e tecnologie di filtraggio verificate, non su scoperte miracolose prive di fondamento.



















