Emilia-Romagna: bioplastica dagli scarti agricoli

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Plastica biodegradabile
Plastica biodegradabile

Un’importante innovazione nel campo della sostenibilità ambientale è emersa dall’Università di Bologna. Un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Chimica Industriale “Toso Montanari” ha annunciato di aver messo a punto un nuovo tipo di bioplastica, completamente biodegradabile, ottenuta utilizzando gli scarti della lavorazione della barbabietola da zucchero, una coltura tipica dell’Emilia-Romagna.

Questa scoperta rappresenta un passo avanti significativo nella lotta all’inquinamento causato dalla plastica tradizionale derivata dal petrolio. Ogni anno, tonnellate di imballaggi e prodotti monouso finiscono nelle discariche e negli oceani, dove persistono per secoli. La nuova bioplastica, invece, promette di decomporsi in ambiente naturale o in impianti di compostaggio industriale in un arco di tempo compreso tra le 60 e le 90 giorni.

Il processo sviluppato dal team bolognese prevede l’estrazione di zuccheri e cellulosa dai residui della barbabietola, noti come “polpe esauste”. Questi composti naturali vengono poi sottoposti a un processo di fermentazione batterica e successiva polimerizzazione, che li trasforma in un materiale con caratteristiche simili a quelle del polietilene, una delle plastiche più comuni. Il risultato è un polimero robusto, flessibile e trasparente.

“Il nostro obiettivo era creare un’alternativa che non solo fosse ecologica, ma anche economicamente vantaggiosa”, ha spiegato la professoressa Elena Ricci, a capo del progetto. “Sfruttando un sottoprodotto dell’industria saccarifera, valorizziamo una risorsa che altrimenti verrebbe smaltita con un costo, trasformandola in un prodotto ad alto valore aggiunto e chiudendo il cerchio dell’economia circolare”.

I vantaggi di questa innovazione sono molteplici. Oltre alla rapida biodegradabilità, la produzione di questa bioplastica ridurrà la dipendenza dai combustibili fossili e diminuirà le emissioni di gas serra associate alla filiera della plastica convenzionale. Le possibili applicazioni sono vastissime e includono film per imballaggi alimentari, sacchetti per la spesa, stoviglie monouso e contenitori per l’agricoltura, come i vasetti per le piantine.

Il team di ricerca ha già depositato il brevetto per questa tecnologia e ora si concentrerà sulla fase successiva: l’ottimizzazione del processo produttivo per renderlo scalabile a livello industriale. I ricercatori cercheranno partner industriali interessati a investire in un impianto pilota per avviare la produzione su larga scala. L’interesse da parte delle aziende del settore agroalimentare e del packaging è già molto alto, prefigurando un futuro in cui gli imballaggi potranno tornare alla terra senza danneggiarla.

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