La criminalità ambientale si è affermata come la quarta attività illegale più redditizia al mondo, una delle principali fonti di guadagno per le organizzazioni criminali. Un recente rapporto del Consiglio Europeo ha confermato come questo fenomeno minacci direttamente la democrazia e la transizione ecologica del continente.
Le attività illecite non solo compromettono l’ordine pubblico, ma hanno un impatto devastante sulla salute dei cittadini e sugli ecosistemi. Contrastare questi reati è diventato quindi fondamentale per difendere la biodiversità e raggiungere gli obiettivi climatici.
Le organizzazioni mafiose si sono infiltrate in numerosi settori. Uno dei più critici è il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti industriali e pericolosi, spesso abbandonati in discariche abusive o esportati illegalmente. Queste pratiche causano contaminazione di suoli e falde acquifere con gravi conseguenze sanitarie.
Altrettanto diffuse sono le speculazioni territoriali, come la cementificazione selvaggia, gli incendi dolosi e lo sfruttamento illegale di risorse naturali. Anche il traffico di specie protette rappresenta una seria minaccia, favorendo la perdita di biodiversità e la diffusione di nuove malattie.
Un aspetto allarmante è l’infiltrazione delle mafie nelle filiere dell’energia rinnovabile, come fotovoltaico ed eolico. Il loro interesse non è ambientale, ma è finalizzato a intercettare i cospicui incentivi pubblici e i fondi europei, minando alla base la credibilità delle strategie verdi.
Queste azioni compromettono gli obiettivi climatici dell’UE, rallentando la riduzione delle emissioni e deviando risorse economiche che dovrebbero sostenere politiche ambientali efficaci. Il fenomeno, inoltre, opera su scala transnazionale, sfruttando normative disomogenee e controlli deboli tra i Paesi.
In risposta, l’Unione Europea ha approvato una nuova direttiva per rafforzare la lotta ai reati ecologici. Il provvedimento mira ad armonizzare le normative, migliorare la tracciabilità di rifiuti e materie prime, e promuovere l’uso di tecnologie digitali per il monitoraggio.
La direttiva ha introdotto pene molto più severe. I reati che causano la morte di una persona saranno puniti con fino a dieci anni di carcere. Per le imprese sono state fissate multe fino al 5% del fatturato mondiale o, in alternativa, sanzioni pecuniarie fino a 40 milioni di euro.
Sono state previste anche misure di supporto, come la protezione per chi denuncia gli illeciti (whistleblower) e la confisca dei beni alle mafie, con il loro riutilizzo a scopo sociale per rafforzare la giustizia ambientale nelle comunità colpite.




















