Europa: fallisce il piano sulle materie prime critiche

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Materie critiche
Materie critiche

L’Unione europea non riuscirà a garantirsi un approvvigionamento sicuro di materie prime critiche entro il 2030, mettendo a repentaglio la transizione energetica, la competitività industriale e la propria autonomia strategica. Questo è il severo verdetto della Corte dei conti europea, contenuto in una relazione speciale che ha analizzato l’efficacia delle azioni intraprese dal blocco.

Secondo l’audit, nonostante gli sforzi, gli obiettivi fissati sono già fuori portata. La decarbonizzazione si basa su tecnologie pulite che richiedono minerali come litio, cobalto e nichel, la cui disponibilità è limitata e concentrata in pochi paesi extra-comunitari. Questa dipendenza ha esposto l’Europa a volatilità dei prezzi e a interruzioni nelle catene di approvvigionamento.

Per contrastare questa vulnerabilità, due anni fa l’UE ha adottato un regolamento per assicurare una fornitura stabile di 26 minerali identificati come strategici. Parallelamente, ha tentato di diversificare le importazioni con nuovi accordi e di incrementare produzione interna e riciclo, ma con risultati deludenti.

Il principale ostacolo riguarda la produzione interna. Le attività di estrazione e trasformazione in Europa sono frenate da barriere finanziarie, burocratiche e tecnologiche. La ricerca di nuovi giacimenti è un’impresa ad alto rischio, con un tasso di successo di circa 1 su 1.000, e i permessi richiedono in media dai 10 ai 15 anni per essere approvati.

La Corte ha sottolineato come le attività di esplorazione siano “sottosviluppate” e che, anche in caso di scoperta, possono servire fino a 20 anni per rendere operativo un sito estrattivo. Questo rende impossibile un contributo significativo entro la scadenza del 2030. A ciò si aggiunge una capacità industriale carente: il 100% della trasformazione delle terre rare, ad esempio, avviene fuori dall’Unione, soprattutto in Cina.

Anche il fronte del riciclo non presenta risultati migliori. Spesso i materiali vergini costano meno di quelli recuperati, rendendo il processo economicamente insostenibile. Inoltre, le normative comunitarie a volte ostacolano il trasporto dei rifiuti tra stati membri, impedendo la creazione di impianti di riciclaggio efficienti su larga scala.

Gli attuali obiettivi europei si concentrano sulla quantità totale di rifiuti raccolti, anziché sul recupero di specifici elementi. Di conseguenza, i riciclatori non hanno incentivi a estrarre piccole quantità di materiali preziosi ma difficili da recuperare. Il risultato è un tasso di riciclaggio pari a zero per elementi come litio e gallio.

Il regolamento europeo sulle materie prime critiche ha fissato un target ambizioso: entro il 2030, il 25% del consumo dovrà provenire da fonti riciclate. Tuttavia, le prospettive appaiono fosche: per 10 dei 26 minerali strategici il riciclo è inesistente, mentre per altri 7 si attesta tra l’1% e il 5%.

Infine, sussistono problemi finanziari e di diversificazione. Gli investitori privati evitano il settore minerario per l’alto rischio, mentre i fondi pubblici, pari a oltre 1,8 miliardi di euro, risultano frammentati e mal monitorati. L’incertezza è stata aggravata dal ritardo della Commissione nell’includere l’estrazione nella tassonomia per la finanza sostenibile.

Anche i tentativi di diversificare le importazioni non hanno avuto successo. Negli ultimi cinque anni sono stati firmati 14 partenariati strategici, ma le importazioni da alcuni di questi paesi sono diminuite. Accordi cruciali, come quello con il Mercosur (che include nazioni ricche di risorse come Argentina e Brasile), rimangono bloccati.

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