La prestazione che ha permesso a Kimi Antonelli di conquistare la pole position al GP degli Stati Uniti ha rappresentato un capolavoro del pilota. Il distacco di circa due decimi inflitto a Max Verstappen, e quello ancora più ridotto tra l’olandese e la seconda Ferrari di Hamilton, ha permesso di misurare l’eccezionalità del giro di Antonelli in Q3.
Le qualifiche di Austin hanno anche fornito una valutazione concreta del livello tecnico di Ferrari e Red Bull. Le due monoposto, la SF-26 e la RB22, pur partendo da concetti molto diversi, hanno mostrato una progressiva convergenza prestazionale grazie agli sviluppi introdotti durante la stagione.
Due progetti con punti di forza differenti che, su un tracciato completo come quello texano, hanno espresso un potenziale quasi sovrapponibile. Il circuito, con le sue sezioni miste veloci, i lunghi rettilinei e un settore finale molto guidato, ha messo in risalto questo equilibrio.
Dopo la sessione, Verstappen ha espresso delusione per la pole mancata. Una sensazione condivisa da Leclerc, che ha però lamentato una finestra di funzionamento degli pneumatici molto ristretta. Nonostante ciò, la SF-26 ha dimostrato che l’ultimo pacchetto di aggiornamenti ha funzionato, avvicinando le sue prestazioni a quelle della RB22.
L’analisi finale rivela una consapevolezza agrodolce per Maranello. Ferrari e Red Bull non sono mai state così vicine sul piano della performance telaistica e aerodinamica, proprio quando la scuderia austriaca ha compiuto un passo avanti nelle ultime gare. Questo progresso dimostra che la direzione di sviluppo della SF-26 è corretta, un’indicazione importante in chiave 2027.
Tuttavia, questi miglioramenti si scontrano con i limiti di una power unit non competitiva. Resta la constatazione che, per tornare a lottare per i titoli mondiali, la Ferrari dovrà annullare il deficit di potenza, un handicap che gli sviluppi aerodinamici hanno finora solo parzialmente mascherato.





